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di Greta Sclaunich

La prima cosa che si sente di lui è la voce: roca, gracchiante, inconfondibile. Il palco è vuoto, il pubblico scandisce Ozzy – Ozzy – Ozzy, e la sua voce arriva da chissà dove nelle quinte del Palasharp. Chiede se siamo pronti e promette un concerto pazzo e scatenato. Poi si lancia in una risata, una delle sue: di quelle che i suoi fan hanno imparato a riconoscere dai tempi di Crazy Train che proprio con una risata iniziava.

Il palco è sobrio, niente fronzoli dopo il concerto di apertura dei Korn, solo una serpentina di luci a delimitarne il perimetro. La scena è tutta per lui: quando arriva, puntuale, illuminato dai fari colorati bianchi, blu e rosa, il pubblico esplode in un boato. Pantaloni neri, giacca nera, maglietta semitrasparente con due grandi ali di glitter bianchi disegnate sulla schiena. Capelli lunghi che gli cadono in due bande ai lati della testa, niente trucco. E un sorriso aperto e felice: cammina barcollando, sta un po’ gobbo, ma è Ozzy e può permettersi questo e altro. Non è in forma perfetta, durante lo spettacolo salterà e ballerà, ma sempre con misura, e alla fine lo verranno a prendere ai margini per scortarlo nel backstage, ma l’energia è quella degli anni d’oro: oggi sono 62 anni e comunque pare non sentirli.

Comincia con Bark at the moon, un vecchio successo che subito infiamma il pubblico. Prosegue con Let me hear you scream dal nuovo album presentato l’estate scorso. Poi è la volta di Mister Crowley. Segue una lunga serie di vecchie glorie, di quelle che tutto il pubblico conosce a memoria e che sì, sono un po’ vecchiotte, ma hanno fatto la storia del metal. In fondo siamo lì proprio per quelle. E così cantiamo insieme ad Ozzy Shot in the dark, I don’t know, Children of the grave, Killer of giants, Mama I’m coming home, Iron man. Un viaggio nella storia del cantante e nella sua carriera, singolo dopo singolo, album dopo album.

Indelebile e inossidabile. Niente pause, Ozzy va avanti come un treno: ride, urla, canta (sì, ogni tanto c’è qualche stecca, ma non perde mai la voce né la verve). Lancia getti di schiuma sul pubblico felice come un bambino, mette la faccia sotto il getto pure lui e poi si tira indietro ridendo, i capelli imbiancati di schiuma. Butta secchiate d’acqua sulle prime file davanti alla transenna, e nei secchi si immerge viso e spalle pure lui. Nessun cedimento, forse barcolla un po’ e non salta come una volta. Poi esce per un po’, la sua band continua con un assolo di chitarra e un lungo spezzone alla batteria. Ed eccolo di nuovo, per concludere in bellezza con tre successi made by Black Sabbath: Iron man, Paranoid e, con un pubblico scatenato, il concerto tocca l'apice con War pigs.

Siamo alla fine: Ozzy ringrazia, si inginocchia a terra e si inchina davanti al Palasharp in visibilio. Si avvia verso il retro, compaiono due energumeni per tenerlo in piedi. E’ stanco, si vede. Il pubblico esita: chiedere un altro bis? O lasciare il cantante, che ora mostra tutti i suoi 62 anni di sesso droga e rock’n’roll, libero di rilassarsi dopo il concerto? Prevale la seconda opzione. Del resto, tanti nel pubblico hanno l’età di Ozzy e come lui, a pochi minuti dalla mezzanotte, desiderano solo andare a casa a domire. O ad addentare pipistrelli?

Ozzy Osbourne in Bark at the Moon nel 1984