di Marco Agustoni

Forse è vero, l’hip hop ha bisogno di concedersi una vacanza dal cemento asfissiante della città e andare a prendere una boccata d’aria in campagna, giusto per schiarirsi un po’ le idee. E a portare il rap in camporella ci pensano l’mc Dellino e il producer Rino, meglio noti come Italian Farmer, che nel loro disco Raccolta dialettale cantano in bresciano e parlano della vita di campagna. Ne abbiamo parlato con Dellino.

Come è nata l’idea di questo curioso accostamento tra hip hop e campagna?
Nell’hip hop si dice sempre di rimanere fedeli alle proprie radici: noi siamo sempre vissuti in campagna, io ho frequentato agraria ed è questo il tipo di linguaggio a cui sono legato. Non avremmo mai potuto fare un disco gangsta, per dire, non avrebbe avuto senso.

Ma trasportare un genere “urbano” come l’hip hop in campagna può funzionare?
Non è questione di vedere se può funzionare o meno, ma a chi ti vuoi rivolgere. Certo, se avessimo fatto un disco di rap classico, avremmo avuto un seguito più ampio e saremmo piaciuti a un tipo di persone diverse. Ma in ogni caso, all’interno dell’ambiente hip hop siamo rispettati e come rapper tipo Caparezza o Frankie Hi-NRG ci siamo costruiti un seguito che va oltre la sola musica rap e coinvolge gli amanti del reggae, del rock e anche del jazz. E a noi va bene così.

Il dialetto bresciano invece si adatta bene, strutturalmente e metricamente, al rap?
Sì, moltissimo. All’inizio, il nostro era nato come un esperimento, ma è venuto subito fuori che il bresciano si adattava molto bene, anche grazie all’abbondanza di parole tronche come in inglese o in altri dialetti, che invece in italiano non ci sono. Del resto ci sono già molti mc o gruppi che fanno musica in dialetto, come Paura, i 13 Bastardi, i Sud Sound System, che per me sono stati fondamentali, e così via. A Napoli ad esempio sono avantissimo, da questo punto di vista.

Come mai, secondo voi, negli ultimi anni c’è stata una riscoperta del dialetto in musica, non solo a livello underground?
Non voglio buttarla in politica, ma credo che in parte abbia a che fare con il successo della Lega Nord, che ha portato in luce la questione dell’insegnamento del dialetto. E poi è dovuto al lavoro di tantissimi musicisti che hanno utilizzato il dialetto, come i già citati Sud Sound System, oppure Davide van de Sfroos, per quanto riguarda il dialetto lombardo.

Oltre ai canali di distribuzione ufficiali, per il vostro disco ne avete utilizzati di meno convenzionali, come negozi di ortofrutta o torrefazioni…

Sì, è stata una cosa che ho voluto io. Volevo che oltre alla grande distribuzione, ci fosse anche la possibilità di arrivare direttamente al pubblico. E poi è stata anche una questione di “filiera corta”, come per il cibo: saltando gli intermediari, in posti come quelli possiamo far pagare il cd molto meno, al prezzo che facciamo di solito ai concerti.