di Marco Agustoni

Zitti zitti, i Fiction Plane sono arrivati al loro terzo album in studio, Sparks. E forse portare avanti questa gavetta senza stare (troppo) sotto la luce dei riflettori non è stato così negativo, perché disco dopo disco il trio britannico è cresciuto bene. Finora, di loro si era parlato più che altro perché il frontman, bassista e cantante si chiama Joe Sumner ed è figlio di un certo Gordon Sumner… meglio noto come Sting. E bisogna dire che l’eredità paterna Joe se la porta tanto in volto quanto nella voce, quindi la sua è una parentela che difficilmente potrebbe essere tenuta nascosta. Ma va anche sottolineato che i Fiction Plane non sono per niente la band mediocre di un figlio di papà: ascoltare per credere. Abbiamo parlato con Joe, con il chitarrista Seton Daunt e il batterista Pete Wilhoit prima del loro concerto alla Casa 139 di Milano.

Siete arrivati al vostro terzo disco: come si è evoluto il vostro modo di fare musica, negli anni?
Joe: Ora abbiamo decisamente meno paura e meno preoccupazioni, riguardo alla nostra musica. Siamo diventati più sicuri e sapevamo che avremmo potuto fare qualcosa di nuovo.

Quindi come avete lavorato a questo disco?
Steon: Come diceva Joe, senza nessuna paura, cercando di tenere fuori qualsiasi influenza esterna e di essere il più creativi possibile. Non volevamo preoccuparci di quel che pensavano gli altri.
Pete: Certe canzoni ad esempio le abbiamo tirate più in lungo di quanto sarebbe stato sensato se avessimo avuto in mente di fare un singolo. Semplicemente ci sembrava che fosse meglio così per noi e per la canzone. Il nostro primo pensiero non era certo finire su MTV.
Steon: Penso che la gente se ne accorgerà, di questo, e lo amerà di più anche per questo.

Prima di questo album siete stati in tour per ben due anni: questo ha influenzato la realizzazione di Sparks?
Pete: Assolutamente sì. Suonare tutti i giorni ci ha portato ad avere fiducia in noi stessi e nel modo in cui suonavamo. Sapevamo esattamente come ottenere quel che volevamo suonare, al momento di entrare in studio.

In poche parole, potreste raccontare di cosa parla questo album?
Joe: È come un luna park pieno di colori psichedelici. C’è la parte con l’ottovolante, ma c’è anche la corsa nella casa degli orrori. E ovviamente ci sono dentro anche nani e belle ragazze. Insomma, è come farsi di qualche droga psichedelica pesante senza avere preso nessuna droga.

È vero che il brano Russian LSD è ispirato a Il maestro e Margherita di Bulgakov?

Joe: Sì, stavamo improvvisando della musica e a un certo punto mi è venuto il pensiero che suonasse proprio come il libro, che potesse esserne la colonna sonora.

Anche un’altra traccia, Humanoid, è ispirata a un racconto…
Joe: Più che a un racconto, è ispirata a una persona reale. Ma la vita di questa persona reale è un racconto. [ride] È una persona molto famosa, che fa grandissime cose. È un agente segreto, un musicista e anche un pilota di Formula Uno. Oltre che un circense… e un ninja. Sì, anche un ninja. Ed è una donna, qualche volta.

Questa è solo per lei, Joe: è stufo di tutte le domande su suo...
Joe: Sì.

…padre. Bene, per fortuna questa era l’unica. Di sua sorella Coco, che uscirà a breve con il suo primo disco, ci vuole invece parlare?
Certo, lei è grandissima, è il vero talento di famiglia!