di Marco Agustoni

Babaman, uno dergli artisti reggae più promettenti della scena italiana, è tornato con l’album Raggasonico, in cui si destreggia tra brani roots e pezzi decisamente più votati alla dancehall, dimostrando la propria maturità musicale proprio nel trovarsi a suo agio sia con testi profondi o di denuncia come Rise Again e La coca che con momenti di puro intrattenimento come il singolo Bomboclat (nel cui video, tra l’altro, compare come special guest il pornoattore e conduttore radiofonico Franco Trentalance). Abbiamo parlato con l’uragano Babaman, come lui stesso ama definirsi, in un’intervista in cui, oltre che raccontare il suo nuovo disco, il musicista cerca di fare chiarezza su questioni come il rastafarianesimo e il rapporto che questa religione ha con il consumo di cannabis.

Il disco spazia da pezzi reggae più tradizionali ad altri decisamente dancehall: come ha gestito l’equilibrio tra le due componenti e con quali si trova più a suo agio?
A me la musica reggae piace a trecentosessanta gradi, di conseguenza mi piace il new roots come il reggae hip hop o come il dancehall. Quindi ci sono diverse sfaccettature perché mi piacciono tutte. Per quanto riguarda poi lo spessore dei pezzi, ce ne sono alcuni più seri e altri più leggeri, e questo l’ho fatto sia perché ero in stati d’animo diversi quando li ho scritti, sia perché mi piaceva l’idea di avere un disco completo. Si tratta comunque di una scelta dettata dal gusto e non da esigenze di mercato.

Come mai secondo lei negli ultimi anni il reggae in Italia sta riscuotendo sempre più successo?
È la Storia che parla: un po’ tutti i generi musicali hanno fatto il loro percorso venendo dall’America o piuttosto in questo caso dalla Giamaica, hanno fatto il loro giro in Europa e poi sono arrivati da noi. Come il drum’n’bass, che un po’ di anni fa andava un sacco in Inghilterra e quando già lì non lo ascoltava più nessuno è esploso in Italia. In Italia siamo sempre un po’ in ritardo. Però c’è da dire che rispetto ad altri lo siamo di meno. C’è molta più cultura reggae da noi che in paesi come la Grecia o la Spagna.

Nel video di Bomboclat c’è un ospite un po’ particolare, Franco Trentalance: come c’è finito?
Con Franco ci hanno presentato degli amici comuni, ma molti anni fa. È una persona molto piacevole, un professionista serio e tra l’altro per il genere di film che lui ha sempre fatto – anche se adesso si sta dedicando anche ad altri ambiti, come la conduzione radiofonica – lui è l’unico che sappia recitare. E infatti lo ha dimostrato nel video di Bomboclat. In generale l’idea è stata ritenuta simpatica, anche se qualcuno ha avuto da ridire con cose del tipo: “Ah, c’è un vip nel tuo video, sei diventato commerciale”.

Lei è un rastafariano: trova che sia possibile adattare questa filosofia e religione a paesi che non siano la Giamaica?

È una domanda abbastanza classica, c’è molta disinformazione in Italia al proposito. La gente deve sapere che per la religione rastafariana, Ras Tafari è visto come Gesù che torna per una seconda volta, di conseguenza è una continuazione della Bibbia ed è una religione che deriva dal cristianesimo. Ha più senso per noi italiani, che per cultura siamo cristiani, diventare rastafariano, piuttosto che per un africano. In Giamaica ci sono pochi rastafariani. Il rastafarianesimo non prevede che Dio sia solo per i neri e non per i bianchi, ma che siamo tutti uguali. Il rastafari non è quello con le treccine che si fuma una canna, quello è solo scimmiottare Bob Marley.

Un altro punto su cui c’è confusione, è il rapporto tra rastafarianesimo e consumo di cannabis…
Così come i dreadlock, anche la cannabis è qualcosa di facoltativo. Ti dico di più, i rastafariani ortodossi sono per lo più non fumatori, perché per la nostra religione il nostro corpo è il tempio di Dio e quindi va trattato come tale. Di conseguenza fumare cannabis o altro non è sano e se volessimo seguire l’esempio di Hailé Selassié non dovremmo fumare proprio. Il fatto è che non è obbligatorio fumare cannabis, né farsi le treccine. Si può dire che farsi una canna è un peccatuccio, come quando il prete di paese si fuma il sigaro o la pipa. L’importante è tentare di essere più sani possibile.

Il discorso è diverso per altri tipi di droga, come del resto si evince da uno dei brani del disco, La coca, in cui esprime un parere netto sulla cocaina: ci può spiegare meglio?

Secondo me ce ne accorgeremo in futuro di quel che sta accadendo adesso: ragazzi anche minorenni prendono cocaina come ai miei tempi ci fumavamo le sigarettine di nascosto e questo porterà a una generazione di quarantenni flippati. Io parlo della cocaina perché a Milano e in Lombardia è la droga che va più di moda, ma girando per l’Italia ho notato che è tornata di moda l’eroina… quindi la Storia non insegna e mi toccherà parlare anche di quella. I ragazzi sono molto confusi, anche per colpa di alcuni miei colleghi che parlano con troppa leggerezza di certe cose.

Come mai secondo lei di fronte alla legge una sostanza come la cannabis è in pratica equivalente a droghe come cocaina o eroina?
In Italia la cannabis non è legale per tanti motivi. Il nostro storicamente era un Paese che coltivava canapa di qualità per scopi tessili. È stata sostituita dal nylon. Potevamo avere un combustibile di canapa, ma qualcuno invece voleva vendere il petrolio. Quando poi si è cominciato a definire la cannabis una droga, è ovvio che chi la fumava è diventato un drogato. Però non viene chiamato drogato chi si ammazza di alcol a 90°. Se la cannabis è illegale in Italia è perché a qualcuno fa comodo.

Chiudiamo parlando delle sue origini artistiche, che affondano nell’hip hop underground: quanto hanno influito sul suo modo di fare musica oggi?
A dire il vero il primo testo che ho scritto è stato raggamuffin, poi ho cominciato a fare il rap perché nella mia compagnia tutti facevano quello e da giovani tendi a farti influenzare. Poi però crescendo ho ripreso ad ascoltare e fare il reggae, che rimane il primo amore. Dell’hip hop mi sono rimaste le sonorità: oltre che scrivere vere e proprie canzoni roots, magari mi piace prendere una base hip hop ignorante degli anni ’90 e scrivere un testo in venti minuti. Questo mi è rimasto del rap: il “nudo e crudo” o “buona la prima”.