di Marco Agustoni

I veri musicisti, il proprio seguito se lo costruiscono dal vivo e non passando in radio o in televisione con brani che poi a mala pena sono in grado di riproporre in concerto. Nicolò Cavalchini è un buon esempio di successo costruito dal basso: a furia di suonare tutti i giovedì sera all’Entropia di Milano, si è guadagnato una popolarità invidiabile, che metterà ora alla prova con il suo disco d’esordio, intitolato L’Album. Ecco l’intervista.

Cominciamo con le presentazioni: Nicolò Cavalchini non è il suo nome completo, vero?
Ebbene sì. È un’abbreviazione, perché in realtà mi chiamerei Nicolò Carlo Alberto Giuseppe Pietro Maria… di nome. E di cognome, Guidobono Cavalchini Garofoli. Però vabbé, è irrilevante. [ride]

Per quanto riguarda invece il titolo del suo album, che è… L’Album, deriva da indecisione o da ambizione?
Direi più da ambizione, perché questo per me è L’Album, maiuscolo. Anche perché per farlo c’è voluto oltre un anno e mezzo di lavoro e dopo tutta questa fatica mi sono detto: “Va bene, questo è il mio album, L’Album, speriamo non l’ultimo, ma è di sicuro la cosa migliroe che sono riuscito a fare”.

Il disco raccoglie canzoni composte nell’arco di molti anni, visto che ce ne sono di risalenti addirittura al 2005…
Sì, io avevo già fatto uscire dei singoli, che erano anche andati bene. Ad esempio c’è un pezzo che si chiama Vorrei mangiar la Nutella, che è già stato in classifica ed è passato addirittura in Messico. Quindi questi brani ho deciso di riproporli all’interno dell’album.

Per il prossimo album ci vorrà altrettanto tempo, oppure ha ormai preso il ritmo?
Ormai ho talmente tanti brani nel cassetto che potrei fare dieci album! Ma ormai la discografia è un mondo in crisi, quindi bisogna un po’ capire quali sono le prospettive.

Le va di raccontarlo in breve, questo Album?
Ci sono tantissime esperienze di un ragazzo tra i venti e i trentadue anni, che possono essere quelle amorose, di amicizia o riguardanti i fratelli. Io sono l’ultimo di otto fratelli a cui sono molto legato, tanto che una canzone è proprio dedicata al rapporto con loro. C’è una canzone sulle stragi del sabato sera, che si intitola Viaggi Parole. Sono tematiche abbastanza ricorrenti nelle vite dei miei coetanei.

Come diceva, il brano Vorrei mangiar la Nutella è finito in Messico: come è successo?
È un caso, in realtà. Il pezzo è stato portato fin lì da una mia amica messicana che abitava in Italia, lei per gioco l’ha dato a un’altra sua amica che lavora in una radio in Messico, che l’ha messo su e, dopo aver visto che piaceva, lo ha inserito in rotazione. Si è trattato di una serie di coincidenze impossibili in Italia.

Lei si distinuge dallo stereotipo di pop/rockstar nella sua posizione di fronte ad alcol e droghe…
Diciamo che ritengo che per essere artisti non sia necessario atteggiarsi da artisti. Ci sono miei colleghi sconosciuti ma molto talentuosi, che nella vita di tutti i giorni sono persone assolutamente ordinarie. Invece molti si danno arie da artisti solo perché al mattino bevono la birra invece del caffelatte. Questo atteggiarsi magari funziona nell’immediato, ma credo che su lungo periodo paghi di più la sincerità.

Lei ha una sua sorta di serata settimanale: come funziona?
Ormai da sette anni suono tutti i giovedì all’Entropia di via De Amicis, a Milano, ed è una serata pazzesca, perché ormai faccio una media di sette-ottocento persone a volta. Senza bisogno di pubbliche relazioni o di altro, mi sono costruito un seguito incredibile.

A queste serate vengono solo i suoi aficionados, o il pubblico varia?
Di solito funziona così: le persone che vengono partono dai venti e arrivano massimo ai trentacinque anni, la prima volta si entusiasmano della serata perché è una sorta di festa in cui tutti cantano, si affezionano e per due o tre mesi non mancano un concerto. Dopodiché magari cominciano a non venire più in maniera fissa, ma ogni uno o due mesi vengono almeno una volta. Quindi alla fine c’è un grande ricambio.

Lei ha anche lavorato all’Inno della Juve, qualche anno fa…
Sì, sono venuti a fare la produzione nel nostro studio e ci abbiamo lavorato. Poi lo ha cantato Paolo Belli, ma i cori sono i miei, per esempio. Io sono juventino e mi sento un calciatore mancato… sono cresciuto ma mi sento ancora un bambino: non sono riuscito a diventare calciatore e allora ho provato a diventare un cantante. [ride] Il mio sogno sarebbe arrivare a giocare nella Nazionale Cantanti!