di Marco Agustoni

Loro si sentono un jazz ensemble ma, forse anche per la fama che precede il cantante e sassofonista Marco “Furio” Forieri, ex Pitura Freska, dai più sono ancora ricondotti al filone ska-rocksteady. Sia come sia, gli Ska-J si sono guadagnati negli anni il rispetto che solo una band che sa suonare per davvero si merita. L’ennesima dimostrazione del lavoro svolto negli anni arriva il 20 ottobre con Brube, disco in cui si alternano brani inediti come Prima di un bacio e cover di vecchi successi come Parole Parole Parole. Ne abbiamo parlato con Furio.

Le va di spiegare ai non veneziani il titolo del vostro album?
Noi qui a Venezia siamo sempre un po’ tartassati dal fatto che abbiamo venticinque milioni di turisti per sessantamila abitanti, abbiamo un turista e mezzo al giorno per persona. Quindi siamo sempre un po’ ad autocommiserarci dicendo che Venezia è finita, i veneziani non ci sono più… Ma questa cosa è molto relativa, anche perché questo è un lavoro che va avanti da centinaia di anni, da quando sono arrivati i francesi e si sono impadroniti della città. E continua anche grazie ai musicisti che magari parlano di Venezia ma non sono neanche veneziani, non voglio fare nomi ma ce ne sono tanti. Noi invece continuiamo a dire che Venezia c’è eccome ed è viva e vegeta e piena di gioventù. Per cui abbiamo voluto cavalcare quello che da noi è un simbolo di modernità, ossia la barca: Brube è un cantiere nautico d’eccellenza per quanto riguarda le piccole barche da diporto e produce quelle che sono le più amate dai veneziani, soprattutto dai giovani. Da noi l’equivalente del motorino sono le barche, e andare in Brube significa andare a prendere il sole in Laguna con la fidanzata o gli amici con la musica a palla. Volevamo dare un senso di modernità e di divertimento.

Il disco è composto per metà di brani inediti e per metà di reinterpretazioni di brani celebri: questi ultimi come sono stati scelti?
Siccome siamo tutti di impostazione un po’ jazzistica, abbiamo deciso di prendere queste canzoni italiane e internazionali, come Parole Parole Parole o I Got a Woman, e riarrangiarle come standard di musica jazz, come aveva fatto ad esempio Miles Davis con Cyndi Lauper. Le abbiamo suonate dando tutto lo spazio alla nostra sezione fiati, che è una delle più complete che ci siano da queste parti, tanto che ci chiamano spesso a suonare negli album altrui. Tra l’altro abbiamo dovuto lasciare fuori cinque o sei pezzi che avevamo pronti perché sarebbe venuto fuori un album da un’ora e mezza: dobbiamo decidere o se metterle su iTunes oppure su qualche portale interessante, o ancora tenerle buone per una ristampa o per il futuro.

Come mai così tanti artisti e gruppi italiani sentono l’esigenza di rivisitare il repertorio musicale degli anni passati?
Penso che adesso ci siano buoni interpreti ma non buoni scrittori di musica, è tutto qua. I vari programmi televisivi tipo X Factor sfornano dei bravi cantanti, ma non dei bravi autori. Per fortuna abbiamo questo bel repertorio passato a cui attingere.

Anche uno dei brani inediti, Prima di un bacio, ha delle sonorità di anni passati: reinterpretare vecchi classici vi ha influenzato anche al momento di comporre?
Abbiamo voluto ricercare quello che è un po’ il sound degli anni ’50, anche in un altro brano che canto io, So figo. Effettivamente quel tipo di sound ha ancora un grosso appeal sul pubblico, perché comunque quando abbiamo fatto sentire il disco quei brani sono stati subito tra i preferiti. Tra l’altro i nostri brani possono dare questa sensazione di antico perché adoperiamo molto i fiati, che adesso non si usano più, a parte poche eccezioni come Nina Zilli, i Bluebeaters o Roy Paci.

A proposito di So figo, avete lavorato a un video per questa canzone…
Abbiamo girato qui ed è incentrato su di me, sono un po’ un “Furio Diabolicus” e faccio la parte del poliziotto alla CSI, del riccone alla Porto Cervo… Tutto per dimostrare che sei figo solo quando sei spontaneo e naturale, non importa se sei ricco o sei hai una bella macchina. È un pezzo anche un po’ autobiografico, perché nella classifica degli uomini più belli di Venezia arrivo sempre dopo Cacciari… Forse perché lui a sessant’anni ha ancora tutti quei capelli scuri: anch’io sono pieno di capelli ma sono grigi!

Una questione filosofica: voi date un po’ di sapore al jazz con lo ska e il rocksteady o viceversa conferite un tono allo ska con il jazz?
Mi piacerebbe di più che fosse la prima, ossia che fosse il jazz ad accorgersi di quanta buona musica d’ispirazione jazzistica ci sia in giro per l’Italia che però non viene considerata. Ai grandi festival jazz si fanno suonare Arbore o magari grandi musicisti stranieri, ma i musicisti italiani li si dimentica. Noi puntiamo molto sul jazz, che è contaminazione, ma ai nostri brani vogliamo dare un po’ di allegria: andare in un centro sociale e vedere la gente che salta e balla su Sophisticated Lady di Duke Ellington è meraviglioso. È un po’ una missione: far ritornare a ballare il jazz come negli anni ’40. Noi qualche festival jazz lo abbiamo fatto, ma alla fine ci chiamano soprattutto per le serate reggae.

Parlando dei Pitura Freska: a Skardy che canta con i Fahrenheit 451 “Fame un spritz”, lei cosa risponde?
Tristezza. Sono molto triste perché Skardy è il classico esempio di chi canta di una Venezia che non c’è più. Per forza, siete di Marghera, siete di Mestre e a Venezia non ci venite mai! Venite a vedere Venezia quanto è viva… Qui non ci sono macchine, non c’è violenza, gli extracomunitari che dalle altre parti fanno paura lavorano e si trovano bene, fanno parte della comunità come è sempre successo in questa città. Mi ha fatto tristezza il disco perché sì, è un reggae carino, ma si sente la mancanza della sezione fiati dei Pitura, della sezione ritmica dei Pitura. Si sente molto il lavoro di Paolo Baldini degli Africa Unite per far diventare carino il disco che avevo sentito prima ed era veramente scarso. Poi si sente un grande turpiloquio di Skardy, che usa parolacce gratuitamente. Un artista dovrebbe usare ben altri argomenti e sentirlo scendere a dire le stesse cose che si sentono in parlamento o alla tv, mi fa molto male. C’è anche che quando abbiamo cominciato a cantare noi in dialetto negli anni ’70 o ’80 era un fenomeno di libertà, invece adesso è un fenomeno di ristrettezza mentale e di ghettizzazione. Adesso qui in Veneto si sente solo astio, non si fanno più canzoni d’amore… anche nel disco di Skardy, non c’è neanche una canzone d’amore. Io Skardy poi lo vedo tutti i giorni, lui è anche un puro, queste cose gliele ho anche dette e lui mi ha risposto: “Con questa classe politica e dirigenziale io non ce la faccio più a stare zitto”.

Passando ad altro, porterete il disco in giro dal vivo?
Fino a dicembre abbiamo in programma degli showcase in formato dj set più una piccola esibizione acustica, giusto per far conoscere il disco. Il 22 ottobre presentiamo il disco a Radio Sherwood, poi ci hanno invitato al MEI a fine novembre e sotto Natale facciamo degli spettacoli di beneficenza. Da gennaio invece comincerà il tour vero e proprio.