di Marco Agustoni

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Hip hop a Milano: guarda la fotogallery del Cantiere

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Cambiare la realtà

Assieme a Dasly, suo compagno di crew negli ODK, Oscar ci conduce fino a un casermone biancastro nei meandri di Rogoredo (leggi l'intervista completa). “Io mi chiamo Oscar White. Oscar perché è il mio nome, White perché è il palazzo da dove vengo io, soprannominato così in quanto completamente rivestito di amianto”. Ora la costruzione è recintata e, presto, sarà smantellata con le dovute precauzioni (prima, in vent'anni non era mai nemmeno stata effettuata la necessaria manutenzione biennale per evitare il rilascio di scorie di amianto). Le centocinquanta famiglie che abitavano qui sono state sistemate altrove, ma ci sono voluti tempo e una cinquantina di morti, e non è stato facile. “Prima della canzone Milano Sud Est, alle White avevamo fatto di tutto, bloccato la tangenziale due volte, fatto manifestazioni... niente. Poi è bastata una trasmissione televisiva e una canzone di denuncia e  le cose sono cambiate. Questo perché per risolvere un problema devi per forza andare in tv, che è paradossale.”

Oscar racconta di quella fatidica puntata della trasmissione condotta da Michele Santoro. “Sono andato ad Anno Zero per dei raid punitivi che c'erano stati all'interno del quartiere contro degli extracomunitari. La gente ci aveva dato dei razzisti e dei naziskin, ma non è vero. Era solo una piccola comunità all'interno del quartiere che procurava molto disagio, la polizia non interveniva e la gente aveva paura, così alcuni ragazzi - me compreso - si sono riuniti per cercare di dare una sistemata. Visto che di questa situazione se ne era parlato molto a livello di stampa, Anno Zero ci aveva chiamato per una puntata su Milano e l'immigrazione. Ma in trasmissione quando mi hanno chiesto: «Oscar, come si vive nel quartiere con gli immigrati?», io ho risposto: «Ok, l'immigrazione è un problema, parliamo però prima del nostro vero problema: le White». Ho preso nove querele, due denunce, però alla fine la causa l'abbiamo vinta”.

Quando finisce il racconto, arriva spontanea la domanda che ci ha spinto fino a qui: “L'hip hop è allora in grado non solo di raccontare, ma di cambiare la realtà di questa città?”.  La risposta arriva sicura: “Può sensibilizzare l'opinione pubblica, basta che riesca a uscire dall'etichetta che gli è stata affibbiata in Italia di musica futile e stupida. Così come il rock'n'roll o il punk hanno condizionato la società, anche l'hip hop può farlo. Molti rapper però sono partiti parlando dei problemi della gente e dei quartieri, e una volta che sono arrivati in alto, proprio quando avrebbero potuto fare di più, se ne sono dimenticati. ”. La cultura hip hop come risorsa sociale per la metropoli. Ma se alle volte a mancare è la volontà dei singoli, anche le istituzioni ci mettono del loro. “Oggi non si balla più per le strade, ma nelle discoteche o nelle palestre, perché il Comune di Milano non dà spazio a situazioni che non producono denaro. Chiudono l'accesso alle piazze, come hanno fatto col Muretto... allora cosa vuoi, che me ne sto a spacciare nel mio quartiere come fanno tutti?”.


Non si insultano le mamme

Chiusa questa parentesi, riprendiamo il viaggio sulla linea tre della metropolitana e, una volta giunti a Duomo, ci spostiamo sulla linea rossa, la uno, per una breve tappa nella stazione di Porta Venezia. Qui qualche anno fa si ritrovavano decine di ragazzi a ballare davanti agli occhi dei passanti incuriositi. Lo spettacolo oggi è però ben diverso: tra le colonne troviamo un solo breaker intento a fare riscaldamento, con lo stereo a basso volume. Si chiama Franz e alle nostre domande risponde con un sorrisetto: “ Siete arrivato in ritardo di almeno un paio di anni”. Gli chiediamo in che senso. “Non lo vedi? Ci sono solo io, qui. Non ci viene quasi più nessuno. Molti ora vanno nelle scuole o nelle palestre, chi se lo può permettere”. Dopodiché ci congeda, perché è appena uscito dall'Università e ha bisogno di sfogarsi un po' ballando. Per fortuna, si trattava solo di una tappa intermedia prima della fermata di Lotto, da dove prendendo via Monte Rosa si arriva al centro sociale Cantiere.

Colorato e ben tenuto, il Cantiere sorge all'interno dell'ex Derby, una volta vero e proprio tempio del cabaret milanese. Qui incontriamo i ragazzi del No Mama Project (leggi l'intervista completa), il cui nome deriva dalla regola all'interno delle sfide di freestyle di non insultare le mamme altrui, come forma di rispetto. Con entusiasmo, raccontano dei laboratori pomeridiani, dei concerti hip hop e degli eventi che organizzano qui ormai da cinque anni. Ricorda Paolo: “Abbiamo visto che c'erano tanti ragazzi giovani che non avevano spazio per esprimersi e abbiamo deciso di dargli questa possibilità. In questo modo abbiamo riscoperto un elemento che prima era molto vivo all'interno dei centri sociali, ovvero la cultura hip hop, che veicola da sempre un discorso di emancipazione”. Aggiunge Natalia: “Per noi è stato anche un modo per spingere da subito un discorso antirazzista, visto che l'hip hop nasce nelle periferie, che oggi sono per lo più multietniche e meticce”.

“Prima di tutto per noi l'hip hop è messaggio, e quindi contenuto, mentre per lo più dalle altre parti non è così” continuano, insistendo sulla possibile funzione sociale che l'hip hop può svolgere. “Lo si è visto molto bene due anni fa, quando c'è stata la questione di Abba: centinaia di ragazzi sono venuti qua per cantare e per ricordare quel che era successo”. Paolo prova a fare un esempio: “se io dico a un ragazzino, o glielo dice il professore, che la cocaina fa male, non serve. Se invece glielo spiega un mc ha più valore”. Gli facciamo notare che però nel rap avviene spesso l'opposto, il che fa scattare Natalia: “Per questo è ancora più importante scommetterci”. La stoccata finale è di Paolo: “La differenza tra l'hip hop mainstream e quello underground è che il primo si limita a dire quel che vede - visto che oggi Milano e l'Italia sono piene di cocaina, io parlo di cocaina -, mentre il secondo ha anche una visione critica delle cose”

C'è anche chi, come Tawa, anch'egli un tempo parte della crew dei 16K e oggi street artist ed mc all'interno della B Squad, al Cantiere ci è venuto a girare un video musicale. “L'idea è venuta per il rapporto che abbiamo con Paolo e gli altri ragazzi del No Mama. Il Cantiere è un luogo rappresentativo per l'hip hop a Milano e ci abbiamo suonato più volte, così abbiamo pensato di girare qui il video di No Way, che noi volevamo già fare come se fosse un live”. Anche Tawa, come molti altri, si è visto cambiare l'hip hop sotto gli occhi, sia in meglio che in peggio: “Un tempo l'hip hop lo facevi in strada, al Muretto, lo vivevi in giro. Non c'erano posti dove ti spiegavano cosa dovevi fare.  Adesso i ragazzini si trovano tutto già pronto, e poi c'è internet. Un tempo toccavi con mano qualsiasi cosa.”

A suo avviso, però, la matrice del genere rimane sempre la medesima e l'esperienza che puoi comprarti in un club al prezzo di un cocktail non è comparabile: “L'hip hop sarà sempre in strada. C'è ancora chi dipinge o breakka in giro. Ma la scena si è evoluta, è naturale che si ascolti questa musica nei locali o che ci siano tanti negozi dedicati all'abbigliamento hip hop. In un club però ci vai a ballare, ma non è hip hop in senso pieno. Hip hop è andare a fare un treno, fare un beat box sotto le colonne di un portico... in un locale ti ascolti la musica, ma ti perdi tutti gli altri aspetti”.


L'hip hop è dappertutto

Si è ormai fatto buio. Dopo una breve sosta al Miss Combino di viale Montenero per un aperitivo e una sbirciata ai graffiti che ne decorano le pareti, è tempo di affrontare l'ultima tappa di questo viaggio, ovvero il Café Atlantique, discoteca di viale Umbria che ospita ogni venerdì la serata Sold Out, con dj e artisti tra i più interessanti della scena hip hop italiana. Il pr Memé ci fa strada oltre il cordolo dei buttafuori e ci accompagna da Max Brigante, volto di Hip Hop TV (Canale 720 di SKY) e resident dj  per un venerdì al mese all'interno del locale (leggi tutta l'intervista).

“Il pubblico cambia come cambia la musica, è tutto diverso oggi nel 2010 da quando ho iniziato nel ’96. Questa serata in particolare ha un pubblico molto ampio, non solo di appassionati", racconta soddisfatto Max. Insomma, meglio di così per chi ha fatto di questa musica e di questa cultura una professione, non potrebbe andare. “Come per la street art alcuni artisti si sono trovati alla Triennale, così alcuni musicisti hip hop si sono trovati nei locali, in tv o nelle classifiche. È l’evoluzione di un genere musicale che è partito dal basso ma è arrivato molto molto in alto”.

Mentre la sala dell'Atlantique comincia a riempirsi, in attesa dell'esibizione del resident dj e dei suoi ospiti di questa sera, i Two Fingerz, Max va avanti a parlare: “Io questo genere l’ho visto crescere e allo stesso tempo sono cresciuto assieme a lui, perciò è stato bellissimo”. Ma al di là della soddisfazione per la situazione attuale, c'è spazio anche per un velo di malinconia: “Non c’è più il Muretto, che va sempre citato e ricordato perché è un luogo unico e magico, quasi spirituale. Oggi è tutto diverso”.

Ancora una volta, fatidica arriva la domanda alla base di questo viaggio: quali sono, se ci sono ancora, i luoghi importanti dell'hip hop milanese? “Ti potrei dire che la sede di Hip Hop Tv, dove io passo la maggior parte del mio tempo, è diventato uno dei luoghi dell’hip hop, visto che ospitiamo un artista diverso quasi tutti i giorni. Ma la cosa bella è che anche la Triennale di Bovisa è un luogo importante per l’hip hop: basta fare la via che ti porta fin lì e attraversi tutta una serie di graffiti molto belli”. Max Brigante sorride e poi conclude: “Non c’è più un posto perché l’hip hop è un po’ dappertutto”.

Mentre dietro di noi la gente fa la fila per entrare in discoteca, ce ne possiamo ritornare verso casa soddisfatti, con queste ultime parole in testa: “oggi l'hip hop è dappertutto”. E possiamo prenderle come una sorta di sintesi di quanto raccontato finora. Se anche da un lato è diventato difficile individuare dei luoghi simbolo per l'hip hop, qui a Milano, dall'altro è possibile ribadire quanto accennato in apertura: proprio come il pulviscolo che avvolge costante questa città, anche la cultura hip hop è entrata in circolo nei polmoni dei suoi abitanti, dove una volta depositato difficilmente se ne verrà via. Quale direzione far prendere a questa rivoluzione in corso, è una decisione che spetterà ai suoi protagonisti.