di Marco Agustoni

Guarda la fotogallery del Cantiere

Leggi la prima parte del reportage sull'hip hop a Milano

Leggi la seconda parte del reportage sull'hip hop a Milano

Guarda la fotogallery dell'hip hop a Milano

Da sempre in Italia i centri sociali hanno fatto da culla alla musica e alla cultura hip hop. Negli anni, forse questo legame si è allentato, ma a Milano ci sono ancora luoghi come il centro sociale Cantiere di viale Monte Rosa in cui questo binomio rimane vivo. Ne abbiamo parlato con i ragazzi del No Mama Project, che qui organizzano numerosi laboratori, concerti ed eventi per coinvolgere giovani di tutte le etnie e fasce sociali, e con Tawa, ex membro della crew dei 16K, oggi artista ed mc all'interno della B-Squad, che qui al Cantiere ha realizzato il video del singolo No Way.

Come mai questa attenzione particolare all'hip hop?
Paolo: Abbiamo visto che c'erano tanti ragazzi giovani che non avevano spazio per esprimersi e abbiamo deciso di dargli questa possibilità. In questo modo abbiamo riscoperto un elemento che prima era molto vivo all'interno dei centri sociali, ossia la cultura hip hop, che veicola da sempre un discorso di emancipazione. Oltretutto ci siamo resi conto che è un ottimo modo per entrare in contatto con ragazzi magari anche di quartieri più periferici rispetto a questo.
Natalia: Per noi è stato anche un modo di spingere da subito un discorso antirazzista, visto che l'hip hop nasce nelle periferie, che oggi sono per lo più multietniche e meticce. Non a caso il nome del progetto è No Mama Project, perché nei contest diciamo ai ragazzi di non insultare le madri degli altri, che di solito sono i soggetti più bersagliati nei freestyle, ovvero di avere rispetto per chi ti trovi davanti.

Questa forte esigenza di luoghi in cui esprimersi nasce da una mancanza di tali spazi, a Milano?
Paolo: Assolutamente. Determinati spazi di ritrovo all'aperto come c'erano tanti anni fa e il cui principale era il Muretto, oggi non ci sono più. E anche di posti al chiuso per fare hip hop ce ne sono pochi.
Natalia: Milano è povera di luoghi soprattutto per quanto riguarda i rapper emergenti, ci sono più che altro locali dove vanno i grandi nomi. I ragazzini che iniziano o gli artisti che non fanno hip hop commerciale non hanno molti spazi a parte il nostro, in questa città.

Come mai sono venuti a mancare questi spazi pubblici?
Paolo: Spazi come il Muretto, parchi o altre piazze sono stati chiusi o recintati. Posti gratuiti come anche i centri sociali comunali sono stati chiusi. E questa è una decisione che viene dall'alto, dal Comune. Per assurdo, uno dei problemi del Muretto qual era? Che i breakers che stavano lì davano fastidio a chi entrava nei negozi, perché tanta gente si fermava a guardarli. Ma questa è una visione ristretta, perché se tanta gente si trova lì davanti, tu negoziante dovresti essere contento perché si crea passaggio. Invece si opta per un'ottusa repressione delle possibilità di espressione. Lo stesso sul dipingere, è aumentata la repressione e il risultato è che non si vedono più tanti bei murales, ma più che altro tag veloci.

Oltre al Cantiere, per voi quali possono essere gli altri luoghi significativi per l'hip hop in questa città?
Paolo: Di spazi che danno continuità non ce ne sono. Magari ci sono serate in posti come l'Atlantique, ma è un hip hop diverso da quello che spingiamo noi. Prima di tutto per noi l'hip hop è messaggio, e quindi contenuto, mentre per lo più dalle altre parti non è così.
Natalia: Quel che noi facciamo in più, al di là della qualità, è fare per esempio laboratori coi ragazzini al pomeriggio, mettendo in condizione i più piccoli di mettersi in gioco e confrontarsi. Quando Kaos o chi per esso viene qui a fare una serata, gli chiediamo di incontrare i ragazzi durante la giornata.

L'hip hop può ancora svolgere una funzione sociale a Milano?
Natalia: Certo. La musica, e in particolare l'hip hop, è uno dei pochi mezzi di informazione che rimane in Italia, serve per esprimere quello che pensi. Questo lo si è visto molto bene due anni fa, quando c'è stata la questione di Abba: centinaia di ragazzi sono venuti qua per cantare e per ricordare quel che era successo.
Paolo: Tra l'altro, se per esempio io dico a un ragazzino, o glielo dice il professore, che la cocaina fa male, non serve. Se invece glielo spiega un mc ha più valore.

Spesso però nell'hip hop si sente proprio l'opposto, sulla cocaina...
Natalia: Per questo è ancora più importante scommetterci.
Paolo: La differenza tra l'hip hop mainstream e quello underground è che il primo si limita a dire quello che vede - visto che oggi Milano e l'Italia sono piene di cocaina, io parlo di cocaina -, mentre il secondo ha anche una visione critica delle cose.

Abbiamo detto tutto?
Natalia: Ah sì, va citata Piazza Selinunte, che una piazza qui nel quartiere: noi siamo ancora nella zona residenziale, ma se scavalchi la circonvallazione vai in una zona più popolare, ad alta densità di immigrati. Da un paio di anni, da quando ci sono i comitati contro gli sgomberi, abbiamo un rapporto strettissimo col quartiere che ha portato tantissime iniziative come ad esempio i bloc party in strada a eventi più grossi come quello di Abba.

B-Squad - No Way



Passiamo ora a Tawa. Come avete deciso di ambientare qui il vostro video?
L'idea è venuta per il rapporto che abbiamo con Paolo e gli altri ragazzi del No Mama. Il Cantiere è un luogo rappresentativo per l'hip hop a Milano, dove abbiamo suonato più volte, così abbiamo pensato di girare qui il nostro video, che noi volevamo già fare come se fosse un live.

I centri sociali rimangono, oggi, dei punti di riferimento per l'hip hop milanese, o il Cantiere è un'eccezione?
Oggi c'è il Cantiere. Prima magari c'era anche la Pergola.. qualche serata la fanno, al Leoncavallo. Però molti centri sociali si sono dedicati anche ad altri generi, come il reggae o la techno. In ogni caso un tempo l'hip hop lo facevi in strada, al Muretto, lo vivevi in giro. Non c'erano posti dove ti spiegavano cosa dovevi fare.

Oggi l'hip hop le ha abbandonate, le strade?
L'hip hop sarà sempre in strada. C'è ancora chi dipinge o breakka in giro. Poi è normale che la scena si sia evoluta: l'hip hop è diventato anche una cosa di massa, mentre prima era una cultura di nicchia. Quindi è naturale che sia così, che si ascolti questa musica nei locali o che ci siano tanti negozi dedicati all'abbigliamento hip hop. In un club però ci vai a ballare, ma non è hip hop in senso pieno. Hip hop è andare a fare un treno, fare un beat box sotto le colonne di un portico... In un locale ti ascolti la musica, ma ti perdi tutti gli altri aspetti.

Come è cambiato l'hip hop milanese, in tutti questi anni?
Non per fare come il nostalgico, ma penso che per i ragazzini che cominciano adesso a dipingere o a cantare sia tutta un'altra cosa.  Adesso si trovano tutto già pronto, poi c'è internet e tutto quanto... un tempo toccavi con mano qualsiasi cosa.