di Marco Agustoni

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Nel corso del viaggio che abbiamo compiuto attraverso i luoghi dell'hip hop a Milano, ci siamo concessi una deviazione fino al quartiere di Rogoredo, giusto a due passi dal disastro urbanistico di Santa Giulia, per cercare di capire se effettivamente questa cultura e questa musica siano in grado di incidere sulla realtà cittadina. Ne abbiamo parlato con Oscar White, mc che qui è cresciuto ed è stato testimone di una storia di protesta sociale.

Come è cominciato il tuo rapporto con la cultura hip hop e quando hai iniziato a fare musica?
Ho iniziato a breakkare al Muretto nel '91. Andavo lì e vedevo Sean dei Radical Stuff, Dj Enzo, Jad, Esa, ogni tanto suo fratello Tormento, Tawa con Cano e la 16K e così via. Io e il mio amico Deva eravamo entrati a far parte della Natural Force, che è una crew di breaker. Facevamo le sfide e da lì si è creato questo grosso gruppo a livello italiano. Poi per varie ragioni qualcuno ha smesso di breakkare e si è dedicato al writing o, come me e Deva, alla musica. Noi non è che volessimo incidere dei dischi, era nata come una cosa tra di noi. Però, la verità è che noi come ODK abbiamo cominciato a registrare perché abbiamo sentito un disco di Mondo Marcio e abbiamo detto: “Se incide un disco lui, possiamo farlo anche noi”. Senza voler parlare male di Mondo Marcio, ma semplicemente non ci sentivamo inferiori. Prima avevamo come riferimenti Esa, Sangue Misto, Kaos, i Colle der Fomento... gente che tecnicamente era bravissima.

Da un punto di vista dei contenuti, come si è caratterizzata nel tempo la vostra musica?
Ci siamo resi conto che la musica rap che girava tendeva sempre più a imitare lo stile americano... parliamoci chiaro, chi è che in Italia gira con le limousine o con le pistole addosso? Solo i vecchi tarri di quartiere, ma non chi fa rap. Allora ci siamo voluti concentrare sulla vita di quartiere, parlando di immigrazione, delle situazioni che si creano, delle case dove viviamo. Non solo nei lati negativi, ma anche in quelli positivi, come ad esempio la multiculturalità. Poi abbiamo pensato di andare oltre, di non rivendicare solo il disagio di quartiere senza fare nulla, e allora lì è nato anche il discorso delle White. Dove stavo io si moriva e così mi sono detto che toccava a me.

Puoi spiegare la faccenda delle White?
Io mi chiamo Oscar White. Oscar perché è il mio nome normale, White perché è il palazzo da dove vengo io, chiamato così perché è completamente rivestito di amianto. Come tutti sanno, l'amianto è un materiale altamente cancerogeno, ma della nostra situazione il Comune se ne è fregato finché non è scoppiato il boom mediatico. Prima della canzone Milano Sud Est, alle White avevamo fatto di tutto, bloccato la tangenziale due volte, fatto manifestazioni... niente. Poi è bastata una trasmissione televisiva e una canzone di denuncia e  le cose sono cambiate. Questo perché per risolvere un problema devi per forza andare in tv, che è paradossale.

Oscar White – Milano Sud Est



Come è andata quella famosa puntata di Anno Zero?
Parliamoci chiaro: io sono andato ad Anno Zero per dei raid punitivi che c'erano stati all'interno del quartiere contro degli extracomunitari. La gente ci aveva dato dei razzisti e dei naziskin, ma non è vero. Era solo una piccola comunità all'interno del quartiere che procurava molto disagio, la polizia non interveniva e la gente aveva paura, così alcuni ragazzi - me compreso - si sono riuniti per cercare di dare una sistemata. Visto che di questa situazione se ne era parlato molto a livello di stampa, Anno Zero ci aveva chiamato per una puntata su Milano e l'immigrazione. Ma in trasmissione quando mi hanno chiesto: “Oscar, come si vive nel quartiere con gli immigrati?”, io ho risposto: “Ok, l'immigrazione è un problema, parliamo però prima del nostro vero problema: le White”. Ho preso nove querele, due denunce, però alla fine la causa l'abbiamo vinta: su centocinquantadue famiglie, centoquarantasei hanno avuto un'altra casa... anche chi non aveva un contratto di locazione regolare. Non chiamiamoli “occupanti”, chiamiamoli “precari”, perché oggigiorno se rimani senza lavoro a cinquant'anni con tre figli, come fai?

Quindi secondo te l'hip hop può effettivamente agire sulla realtà cittadina?
L'hip hop può sensibilizzare l'opinione pubblica, basta che riesca a uscire dall'etichetta che gli è stata affibbiata in Italia di musica futile e stupida. L'hip hop non è stupido. Ci sono varie sfaccettature dell'hip hop, c'è anche quello più leggero, da party, e questo va benissimo. Jazzy Jeff e The Fresh Prince (nda: alias Will Smith prima di diventare una superstar di Hollywood) ne sono un ottimo esempio. Ma ci sono anche i Public Enemy o i Run DMC. Così come il rock'n'roll o il punk hanno condizionato la società, anche l'hip hop può farlo.

Trovi che in genere ci sia una scollatura, a Milano e in Italia, tra quello che l'hip hop racconta e la realtà delle cose?
La musica rap tende all'autoelogio, e questo va bene. Ma si deve parlare anche di altro. Oggi senti i rapper che parlano solo di quante tipe si sono fatti, di quanta cocaina hanno pippato e del fatto che vanno in giro in Ferrari o in Lamborghini. Cosa mi stai dicendo? Che tu stai bene e io faccio schifo. Diciamo allora che tu sei una persona materiale e che non sei riuscito a tenere fede a quello che dicevi. Perché ci sono stati tantissimi gruppi che sono partiti parlando dei problemi della gente e dei quartieri, e che una volta arrivati in alto, proprio quando avrebbero potuto fare di più, se ne sono dimenticati.

Non hai la sensazione che siano cambiati i luoghi in cui si fa hip hop?
Che ci sia l'hip hop nei locali a me va bene. Ma non diciamo che l'hip hop nasce nei locali. La musica rap nasce qua, dal cemento, nei parchetti, nelle piazze. Oggi i ragazzini pensano che siccome vanno a ballare hip hop nei club siano dei rapper. Vanno bene i club, ma sono un di più, come un negozio di vestiti. Ma il vero hip hop si fa per strada, sia a livello di rap, che di writing, che di breaking. Oggi non si balla più per le strade, ma nelle discoteche o nelle palestre, perché il Comune di Milano non dà spazio a situazioni che non producono denaro. Chiudono l'accesso alle piazze, come hanno fatto col Muretto... allora cosa vuoi, che me ne sto a spacciare nel mio quartiere come fanno tutti? Il Muretto è stato un punto di ritrovo per venticinque anni, lì è nata la storia dell'hip hop italiano, e tu me ne privi? Quello per me poteva essere come il Duomo di Milano. C'era gente che veniva da New York e magari chiedeva: “Dov'è il Muretto?”. E loro sono andati a chiuderlo.

Dal '91 a oggi, come hai visto cambiare l'hip hop?
In meglio, l'hip hop ha guadagnato in termini di visibilità. Ma espandendosi ha perso molta credibilità e valore, è diventato una moda. Ai tempi, prima di breakkare con gli altri all'interno del quadrato al Muretto, dovevi farti una cultura. Se non sapevi niente ti chiamavano “sucker”. Dovevi dimostrare di essere all'altezza. Oggi si mettono i pantaloni larghi e un cappellino, fanno due rime cagate e dicono di essere dei rapper. Oppure vanno a dipingere sui monumenti, che un tempo per un writer era una cosa impensabile.