di Marco Agustoni

Con il suo esordio Canzoni da spiaggia deturpata ha fulminato la critica e si è creato un largo seguito di fan. Eppure a Vasco Brondi, meglio conosciuto come Le luci della centrale elettrica, questo “presunto successo” (così lo definisce lui stesso) sembra stare stretto. Purtroppo per lui, però, il suo nuovo lavoro Per ora noi la chiameremo felicità sarà con tutta probabilità destinato a confermare il suo status di stella del cantautorato indipendente. Ecco come Vasco ci ha parlato del suo ultimo disco.

Il titolo Per ora noi la chiameremo felicità dà l’idea di una serenità precaria…
È un titolo che ha due dimensioni: questa felicità che però è un po’ precaria, come emerge dalla frase da cui è tratta la citazione, di Leo Ferrè, che dice: “La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo felicità”. Come dire che per arrivare a una sorta di felicità devi partire da qualcosa di reale e problematico, quindi non è solo allegria. È anche un modo per dire che la disperazione è un motore propulsivo per cambiare le cose.

Nell’album entra anche molto la realtà politica e sociale: come nasce questa apertura verso l’esterno?
Ci entra la realtà politica e sociale perché spero che ci entri semplicemente la realtà. Faccio fatica a raccontare storie personali e intime, tenendole però fuori da quel che succede attorno. Spero di non toccare queste realtà sociali in maniera retorica, perché non c’è nessuna bandiera da sventolare. C’è questa canzone che si chiama L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici che penso sia rappresentativa di ciò, perché da una parte c’è l’amore che è un sentimento intimo, ma dall’altra è ambientata, per l’appunto, ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, quindi in una realtà storica che per forza di cose influenza anche i nostri rapporti privati.

Queste tematiche le ha scelte a tavolino o sono venute fuori in maniera istintiva durante la scrittura?
No, non sono state scelte a tavolino, non mi verrebbe mai in mente di dire: “Ok, questa canzone la faccio contro la mafia, questa contro la guerra…”. Semplicemente, parto con questo io - che poi non coincide per forza con me stesso - che si muove in un luogo e in un tempo e quindi ha a che vedere con quel che c’è attorno. È tutto quel che mi rimane impigliato attraversando la realtà.

Com’è stata l’evoluzione musicale rispetto al primo disco?
È stata un’evoluzione piuttosto naturale, perché è un suono che è venuto fuori facendo un sacco di concerti con persone che poi sono finite dentro il disco a suonare. Penso che fosse la dimensione più adatta per le canzoni, da una parte una tempesta elettronica distorta di strumenti e dall’altra la tendenza, quasi, al silenzio. Le canzoni sono nate così perché quando le ho scritte ero in giro con solo chitarra e voce a disposizione, non avevo voglia a due settimane dalle registrazioni di mettermi lì a rimaneggiarle con effetti speciali per stupire qualche critico musicale.

In quel che fa, il peso è molto spostato a favore della parola rispetto alla musica, o c’è un’equilibrio tra le due componenti?
Bisogna sempre tenere conto che le canzoni sono fatte al 50% di musica e al 50% di parole. È come dire una vignetta che può essere piena di parole ma con un disegno stilizzato, o viceversa ricca di dettagli visivi ma con una sola parola, ma se non ci sono entrambe le cose non ha senso. Se io questi testi li declamassi e basta come delle poesie, non avrebbero interessato nessuno. Le atmosfere scheletriche delle musiche servono per far arrivare i testi nella loro interezza. Ma se facessi una musica barocca piena di accordi non sarebbe più, ma meno efficace. Bisogna tenere sempre conto di ciò che si vuol esprimere.

Ha appena usato una metafora fumettistica e, per la seconda volta dopo Gipi per Canzoni da spiaggia deturpata, un fumettista italiano illustra una sua copertina: come mai?
Ho sempre seguito tantissimo il mondo del fumetto. Un po’ perché quando scrivo le canzoni mi sembra più di disegnare o fotografare che scrivere, un po’ perché penso che come un titolo debba essere un contenitore per le canzoni, una copertina debba creare una scenografia per la musica, fornire un significato in più e non essere un semplice mezzo di promozione. Per questo disco Andrea Bruno ha disegnato un ponte, con dietro dei palazzi e davanti due ragazzi abbracciati, ma con dei sacchetti in testa: penso che sia lo sfondo ideale per queste canzoni.

Avete lavorato assieme alla copertina?
Ha seguito tutte il lavoro dietro il disco, gli mandavo le canzoni quando erano ancora in progress. Lui nel frattempo ha cominciato a mandarmi le cose che faceva, che andavano da subito nella direzione del disco. È riuscito a esprimere cose che non ero stato in grado di dire.

Al suo primo disco sono seguiti molti premi ed elogi: come ha gestito questo successo?
Non l’ho gestito in nessun modo, perché ero in giro a fare concerti. Penso che tra l’altro questo successo sia più autosuggestione degli addetti ai lavori, che sono poche centinaia di persone. In realtà è un successo relativo, nel mondo indipendente sembra che io sia Tiziano Ferro, ma a livello più ampio non ho questo seguito particolare. Mi interessa scrivere canzoni e suonare dal vivo, tutto quel che c’è intorno non mi riguarda molto. Voglio vivere nella realtà e non in un micromondo autistico in cui sembra che ho successo. Mi infastidisce l’equivoco per cui sembra che io sia un grande poeta o il cantautore di una generazione, ma credo sia un malinteso.

Parlando di concerti, sarà presto in tour…
Sì, abbiamo già suonato a Ferrara e adesso prenderà il via un’anteprima teatrale del mio tour. A gennaio invece comincerà un giro dei club. Spero però di andare a fare in teatro delle cose più elettriche e magari nei club a recitare dei testi, vorrei scardinare i preconcetti dietro questi luoghi.