di Fabrizio Basso

Una storia strana. Ma strana in senso buono. Positivo. Questi quattro ragazzi brasiliani di Porto Alegre si sono conosciuti a Barcellona, si sono trasferiti a Milano e hanno iniziato a suonare. Da autodidatti. Si chiamano Selton e hanno fatto un primo disco Banana à Milanesa e ora un secondo eponimo. Sono stati sdoganati da Cochi e Renato ed Enzo Jannacci. Perché il primo album sono cover loro. Ma tradotte in portoghese. E ciò li svincola dal mare magnum delle cover band e li innalza nell'empireo delle cover d’autore.

Partiamo dall’inizio, dal viaggio nella storia della canzone d’autore italiana.

Banana à Milanesa è nato quando eravamo in pieno sviluppo. Consideriamo Cochi e Renato i nostri padrini. Ma Jannacci è stato la prima folgorazione.
In che senso?
Appena giunti in Italia abbiamo iniziato ad ascoltare tanta musica e lui è stato il primo a colpirici.
Perché?
Ha carisma e grande senso dell’humor senza mai essere buffo.
Poi sono arrivati Cochi e Renato.
Li abbiamo scoperti per caso quando hanno ripreso a lavorare insieme. Abbiamo fatto una provo davanti a loro e ci hanno adottato.
Prima di loro?
Ci siamo fatti le ossa con le cover dei Beatles.
E di brasiliano niente?
Le sonorità brasiliane sono il nostro cibo. Ma in questa fase stiamo lavorando su più fronti, ci stiamo avvicinando al rock. Le influenze brasiliane ci sono nei nostri lavori anche se forse non si sentono. Ricordiamoci che il Brasile non è solo samba o bossanova: c’è un gruppo che si chiama O Mutantes e sono i Beatles brasiliani, non molti però in Europa li conoscono. A casa, tra noi, suoniamo brani della nostra terra ma i Selton sono altro.
Parliamo del nuovo disco, tutti inediti frizzanti, scoppiettanti…
Abbiamo fatto un grande lavoro di studio, ci siamo concessi anche i fiati. Per i live, abbiamo dovuto riarrangiare, siamo molto rock e cerchiamo distribuire e coordinare le differenti sonorità senza spezzare il ritmo. Non dimentichiamoci che abbiamo cinque anni di storia e se pensiamo che siamo partiti facendo i Beatles in chiave acustica, beh passi avanti ne abbiamo fatti. Ma non rinneghiamo nulla.
I testi, nella loro semplicità, sono ricchi di significati e nel contempo orecchiabili.
Quando eravamo impegnati col Banana anche il nostro italiano era più basico. Ora siamo cresciuti anche linguisticamente.
Avete ruoli definiti oppure il vostro è un vero lavoro di squadra?
Ogni idea è valutata collegialmente. Siamo amici e democratici. Ma soprattutto amici.
Mai discussioni tra di voi?
Di rado. E se ci sono questioni ce le risolviamo in casa. Nessuna pubblicità. Siamo, e lo ribadiamo, soprattutto amici. Separiamo il lavoro dai rapporti personali. Poi c’è da curare anche la parte aziendale, quella che ci permette di vivere di musica.
Internet è stato determinante per farvi conoscere.
Dalla rete passa quasi tutto il mercato indipendente. E’ una grande supporto. Noi vogliamo stare vicino ai fan, alla fine di ogni concerto ci dedichiamo a loro. Teniamo i contatti tramite MySpace, FaceBook, Last FM, Twitter e altri canali.
Un motivo per acquistare i vostri dischi e assistere a un vostro live?
Perché siamo unici.

Graffianti e simpatici. Vicini alla gente e consci di poter arrivare alla gente con canzoni che toccano tutti. I loro concerti sono un happening. Anche il più diffidente e scettico al terzo brano cede e, come ipnotizzato, inizia a ballare e cantare. Sono, i Selton (Ricardo Fischmann, Daniel Plentz, Ramiro Levy e Eduardo Dechtiar), l’aria fresca che ci vuole per credere ancora che si possa fare della buona musica.

I Selton in Vengo anch'io no tu no