di Fabrizio Basso

L’uomo con la valigia in mano. Perché la musica lo porta ovunque. Anzi il jazz lo porta ovunque. E le contaminazioni, che lui coglie, elabora e raffìna, contribuiscono a vestirlo da nomade della musica. Luigi Campoccia vive vicino a Siena "ma ci sto solo brevi periodi. Non mi pesa essere costantemente in giro. Prima collaborando con Giorgio Gaber e poi con l’ambasciata italiana mi sono abituato a trascorrere lunghi periodo lontano da casa".
Ci racconti come è nato On the way to Damascus, album che la riconsegna al jazz.
E' un percorso con varie vicissitudini. Credo che la magia di un artista stia nel sapersi reinventare. E’ la via di chi appartiene al mondo occidentale. Racconta cose che ci appartengono.
Lei nasce jazzista.
Sì e sono co-fondatore dell’accademia del Jazz di Siena. Ma poi faccio un lavoro su Pasolini e quindi divento collaboratore di Giorgio Gaber.
Un lavoro su Pasolini?
In occasione del decennale della sua scomparsa mi è stato chiesto di musicare uno spettacolo teatrale su Scritti Corsari. L'operazione non andò a buon fine ma per me fu una importante occasione per conoscere meglio l'uomo, lo scrittore e il poeta.
Forse l’esperienza più profonda quella col signor G.
Mi ha segnato la vita in più modi. Per me era un secondo padre.
Tornare al jazz è stato difficile?
L’ho fatto in punta di piedi. Molti mi guardavano come un intruso all’inizio. Poi rientri nel giro e ritrovi le solite facce ma con qualche ruga in più.
Musicalmente?
Ho dovuto ripensare e rivedere tante cose. Ci sono mille sfumature ma anche tanti orpelli da eliminare: il jazz è tutto.
Damasco è una città particolare?
E’ una città mediterranea e io mi sento mediterraneo. Lì sono partito alla ricerca dei miei cromosomi.
Ricorre a uno strumento antichissimo, il ney.
Risale all’epoca ottomana e ancora oggi è usato per accompagnare le preghiere del corano.
I prossimi viaggi?
Qui mi sono confrontato con la Turchia. Porterò questo progetto in tour fino all’estate. Desidero continuare a scandagliare il bacino mediterraneo. La prossima tappa potrebbe essere la Spagna. Hanno il flamenco e comunque sono simili a noi.
Lo stato di salute del giovane jazz italiano?
Buona. Esistono buoni musicisti che danno soddisfazione. Io curo un contest di jazz che si tiene a giugno all’Isola d’Elba e lì ho il polso della situazione.
Ma c’è anche un inutile jazz modaiolo.
Talvolta si ascoltano cose inconcepibili: da queste il jazz dista anni luce.