di Gabriele De Palma

Alcuni opinionisti politici sostengono che contribuì maggiormente alla caduta del muro di Berlino Bruce Springsteen che nell'estate 1988 cantò Chimes of Freedom di Bob Dylan davanti a 160 mila tedeschi dell'est, rispetto alle visite di John F. Kennedy e Ronald Reagan.

Forse partendo da questo assunto Dorian Lynskey, critico musicale del quotidiano inglese The Guardian, ha dato alle stampe il suo ultimo libro: 33 revolution per minute, dedicato proprio alle canzoni di protesta. Il titolo gioca sul termine revolution, usato in inglese per indicare le “rivolte” sociali ma anche i giri al minuto di un vinile.

C'è un po' di tutto nella classifica dei selezionati, e la protesta non conosce confini nazionali né temi specifici. Può trattarsi della ribellione contro i costumi, il razzismo o la guerra, oppure in difesa dei diritti civili in Usa, in Europa o in Africa. Nella top ten di Lynskey finiscono brani famosi, anche se non tutti noti al pubblico italiano. La regina della canzoni ribelli è Which side are you on, scritta da Florence Reece, attivista statunitense, in occasione delle rivolte dei minatori negli anni '30. Il brano, su musica tradizionale dei primi del '900, è stato anche riproposto più recentemente dal cantautore inglese Billy Bragg.

Al secondo posto si piazza Sam Cooke e la splendida A Change is Gonna Come (1964), che racconta delle conversazioni del cantante di colore con Muhammad Ali e Malcolm X. Notevole anche la cover acustica realizzata pochi anni fa da Lauryn Hill.

Sul gradino più basso del podio si piazza un brano contro la guerra in Vietnam, Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival, seguito da The Revolution Will not be Televised di Gil Scott-Heron che negli anni '70 ebbe un grande successo di piazza ed è stata cantata anche nelle strade del Cairo durante la rivoluzione egiziana che ha allontanato Mubarak.

Guarda il video di The Revolution Will not be Televised



Restando in Africa, la canzone di protesta per eccellenza è forse Zombie di Fela Kuti & Africa 70.
Attraversando l'oceano è impossibile non fermarsi in Giamaica, dove, oltre a Bob Marley con Get Up Stand Up, c'è stata – e finisce nella classifica di Lynskey - una celebre canzone di denuncia in occasione delle elezioni politiche del 1978 scritta da Junior Murvin: Police and Thieves.

Nella top ten del critico del Guardian c'è anche spazio per la rabbia made in Uk: su tutti, gli Specials con la loro Ghost Town, denuncia nei confronti del governo Thatcher, e i Frankie Goes to Hollywood di Two Tribes in epoca di Guerra fredda (anche se è difficile immaginare le piazze intonare questo motivo disco-pop).

Infine, completano la decina,  Fuck the Police dei NWA (la formazione californiana di fine anni '80 che schierava Ice Cube e Dr. Dre), e una canzone di fine millennio (1998), If You Tolerate This, degli inglesi Manic Street Preacher.

Come si vede, dominano brani anglosassoni o di ex colonie. Questione di sensibilità, forse. Un critico di origine latina non avrebbe certo dimenticato un brano come Clandestino di Manu Chau, colonna sonora dei tre giorni di proteste contro il G8 nel 2001 a Genova. O, andando più indietro nel tempo, gli Inti Illimani, sempre presenti come sottofondo dei cortei anni '70 con El pueblo unido jamas serà vencido. Dalle nostre parti, la vera star del genere è Giovanna Marini, che ha dedicato la propria vita a raccogliere e suonare i pezzi tradizionali italiani con cui si accompagnavano minatori, mondine e operai. E li ha portati in tournée qualche anno fa insieme a Francesco De Gregori.

Vedi Saluteremo il signor padrone



Sempre in Italia non si può dimenticare Contessa di Paolo Pietrangeli, la struggente Canzone del maggio di Fabrizio De Andrè, dedicata ai moti studenteschi francesi del 1968, la sempreverde Locomotiva di Guccini. Tutti brani con un'esplicita coloritura politica. Anche se la protesta, a volte, si può nascondere tra le righe. E' il caso di Li vidi tornare di Luigi Tenco, una ballata contro la guerra il cui testo non piacque ai selezionatori del Festival di San Remo del 1967. E così il cantante fu costretto a cambiare titolo (che divenne Ciao amore ciao) e varie strofe lasciando immutato solo il ritornello.

Guarda e ascolta Contessa:



Per la serie engagé per caso, infine non si può non menzionare il successo di piazza e di vendite  di C'era un ragazzo che come me, scritta da Lusini e  Migliacci e cantata da Gianni Morandi. Il brano, fra l'altro, permise agli italiani di prendersi una piccola rivincita sulla musica a stelle e strisce: infatti piacque così tanto a Joan Baez, la vate delle canzoni di protesta Usa, che la eseguì nei suoi concerti portandone così l'eco oltreconfine.

Acolta C'era un ragzzo che come me nella versione di Joan Baez