di Fabrizio Basso

Lo chiamano il poetà del rock. Lo chiamano il profeta dell'indie. E ora che ha pubblicato un romanzo come lo chiameranno? Francesco Bianconi esce, per i tipi Mondadori (17.50 euro il costo del volume) con Il Regno Animale, una vicenda di formazione sui generis.

Attività musicale sospesa?
Solo temporaneamente. In estate riprendiamo.
Nuovo disco?
Si iniziamo a lavorarci. Forse affitteremo una casa per stare tutti insieme,
Fuga da Milano?
Ci sto bene ma col caldo evadere in Toscana non mi dispiace.
Il libro racconta la storia di Alberto, un ragazzo che arriva a Milano dalla Toscana e trova un mondo corrotto.
L’idea di partenza era un libro di racconti, il romanzo mi sembrava troppo impegnativo.
E poi?
Col tempo ho preso consapevolezza che era una dimensione con la quale potevo confrontarmi. Ci ho lavorato tre anni.
Ha sempre desiderato scrivere un libro?
Fin da ragazzo ma non sapevo se ne sarei stato capace.
Nell’ album I mistici dell’occidente, c’è una canzone che si intitola Le rane e nel libro torna, c'è il cacciare le rane in uno stagno.
Pensavo fossero lo spunto per un racconto. Le avevo in mente prima della canzone e dell’idea del romanzo.
Il titolo dove nasce?
E' scaturito quasi subito, seppur tra ripensamenti e perplessità.
La copertina?
Una foto trovata su internet. Quell’immagine mi chiamava.
Soffre di sindrome da foglio bianco?
All’inizio sì forse perché sono abituato a testi più ermetici: la sintesi e l’interpretazione sono elementi protettivi.
La prosa cosa è?
Libertà. Però provo pure a mettermi dalla parte di chi legge: penso a come può essere interpretato.
Altre ansie?
La scrittura poetica protegge di più, la prosa ti mette a nudo.
Farebbe il regista?
Certo, ma oggi chi oggi mi pagherebbe per farlo?
Come la mettiamo?
Per ora mi accontenterei, qualora si decidesse di fare un film da Il regno animale, di essere coinvolto nella sceneggiatura.

Da Il Regno Animale di Francesco Bianconi

Mi sono trasferito a Milano nel 2009, o così mi pare di ricordare. Con Michela era finita, ed era finita una cosiddetta “vita precedente”. Tanto valeva cominciarne una nuova, cambiando aria. Decisi di andarmene da Abbadia, dagli amici d’infanzia da cui non mi ero mai staccato veramente, dalla famiglia, dai campi di barbabietola da zucchero, dai vecchi giocatori di carte, dalla squadra di calcio, dalla chiesa e dalla Casa del Popolo. Volevo andarmene dalla Valdichiana, bonificata ma pur sempre palude, dal suo tanfo di mota, dal suo stagnare, e dal perpetuo rintoccare di bestemmie  sporche contro un cielo immaginato o presupposto in absentia. Avevo terminato l’università. Centodieci e lode, ma pocasoddisfazione. Una pirotecnica tesi sul rapporto fra il cinema mutante di David Cronenberg e la letteratura nordamericana del Novecento. Avevo deciso di fare il servizio civile, non tanto per fede antimilitarista, ma solo perché mi pareva la cosa più comoda. Una scelta da vigliacco. Mi sembrava che in quel modo avrei avuto un anno di ozio e di “parcheggio” per pensare a cosa avrei potuto fare da grande. E lo feci, l’obiettore di coscienza, alla USL di Siena, così, in folle, prestando servizi agli handicappati e aiutando, in maniera sicuramente sbagliata, gli ex internati del manicomio San Niccolò a reintegrarsi in quella che amiamo definire la “società”. Durante quel periodo, in effetti, avevo pensato.  Avevo pensato parecchio. Avevo pensato che avevo bisogno di soldi, e che la prima cosa da fare era rendermi autonomo dalla famiglia. Avevo pensato a quali fossero le mie qualità, sempre che ce ne fossero. Non ne avevo trovate  tante. L’unica cosa che mi era venuta in mente fu che un po’ sapevo scrivere. Tutti i professori, sia al liceo sia all’università, mi avevano riconosciuto questa dote. “Ottime capacità narrative e di sintesi.” Decisi di fidarmi di loro. Vorrei precisare che loro hanno riconosciuto in me questa peculiarità. Personalmente, ho sempre fatto fatica a  riscontrarla. Che sia chiaro. Non mi piace scrivere, mi costa parecchia fatica. È soltanto qualcosa che alcuni dicono io  sappia fare abbastanza bene. Quindi decisi, più sulla base dei giudizi degli altri che per reale convincimento, che poteva essere il caso di provare a costruirmi un futuro da “uomo che scrive”. Cominciai, nell’era della distruzione del concetto di posto di lavoro fisso, in un tempo ubriaco di New Economy, a rendermi flessibile alla Flessibilità. E cominciai a leggere gli annunci di offerte di lavoro, sui giornali, su internet, dovunque. Considerando che mi ero lasciato con Michela, e non avevo più il legame dell’amore a inchiodarmi il culo alla terra natia, mi si illuminarono gli occhi quando lessi, non mi ricordo neanche più dove, che un centro di produzione di contenuti per riviste di vari settori di informazione aveva bisogno di un giovane laureato in lettere. E questi produttori di contenuti, o “service”, stavano a Milano.