di Marco Agustoni

La primavera dei cantautori: guarda la gallery

Timida e delicata come la sua musica, in breve tempo Agnes Obel ha conquistato con il suo album d’esordio Philarmonics la critica e anche una buona fetta di pubblico, tanto da raggiungere in Francia il disco di platino e in Danimarca, sua terra natia, il doppio platino. In Italia potrebbe essere in grado di fare altrettanto e la migliore occasione per saggiare di persona il talento di questa giovane cantautrice sarà assistere a uno dei tre concerti che terrà in Italia a fine maggio, il 20 al Teatro Blu di Milano, il 21 al Circolo degli artisti di Roma e il 22 alla Chiesa di Sant’Ambrogio a Bologna. Nel frattempo, l’abbiamo intervistata e ci siamo fatti raccontare la sua musica.

Philarmonics ha avuto ottime critiche e un buon successo: e ora?
Al momento sto passando la maggior parte del mio tempo in tour, quindi non ho molto tempo scrivere e registrare canzoni. In realtà sto già lavorando al mio secondo album, ma fino a novembre sarò in giro, quindi prima di allora non potrò dedicarmici come si deve.

È vero che scrive, suona e registra tutta quanta la sua musica da sola?
Sì, in effetti suono tutto io. O meglio, quasi tutto… il violoncello è suonato da un’altra ragazza perché io non sono capace. Anche alcune chitarre non le ho suonate io, perché non sono un granché, diciamo che strimpello, più che altro. Comunque è vero che preferisco fare da me e scrivere le mie canzoni. Scrivere è la parte che preferisco, quindi non ho nessun motivo di chiedere a qualcun altro di farlo per me.

Una delle canzoni del disco, Riverside, è stata usata nella serie tv Grey’s Anatomy: crede che questo possa essere importante per la sua popolarità?
Non è da tanto che quella puntata è andata in onda, quindi non saprei ancora dire se sarà importante o meno. Di certo servirà a far conoscere la mia musica a un po’ più di persone negli Stati Uniti, ma… si vedrà.

Agnes Obel – Riverside



Tre parole per descrivere la sua musica…
Vediamo… direi “melodia”, perché è un elemento molto importante nella mia musica. Poi “storie”, perché sono quelle che racconto. E per finire… “fuori dal tempo”, se si può contare come una sola parola. Vale?

Direi di sì.
Ecco, il mio disco è fuori dal tempo perché potrebbe essere stato scritto tanto oggi, quanto decine di anni fa, o ancora nel futuro. Quindi direi proprio che la mia musica è fuori dal tempo.

Lei è danese ma ha scelto Berlino come sua città: come mai?
È una città che amo, molto giovane, ma non solo da un punto di vista anagrafico. È l’atmosfera che si respira: è come se fosse davvero possibile essere parte della città e avere un impatto su quello che ti circonda.

Preferisce suonare dal vivo o lavorare in studio?
Preferisco lavorare in studio, mi dispiace dirlo. So che di solito dai musicisti ci si aspetta una risposta diversa… ma scrivere è quello che mi piace di più!