di Fabrizio Basso

Una vita che è meglio di un romanzo d'avventura. Altro che esploratori, pirati e conquistatori. Rumer, vero nome Sarah Joyce, è nata a Islamabad, ha vissuto in Inghilterra, è stata in una comune, unica di pelle scura su sette fratelli, grande voce e grandi doti, ci ha messo 32 anni per realizzare il suo primo disco, Seasons of my Soul. La abbiamo incontrata a Milano, dove ha fatto tappa col suo tour promozionale. Scura di look e di carnagione, sorriso sorprendente e una fatica ad adattarsi alla notorietà. Che la sta benevolmente, e giustamente, aggredendo.

Dura la vita della rockstar?
Insomma.
Col suo Seasons of my Soul ha venduto un milione di copie.
Lo so, sono tante.
Tante? Più di Robbie Williams con l'ultimo disco.
Se fai bella musica che faccia hai. L'importante è esseere semplici, mai indisponenti.. Col giusto impegno e le giuste qualità ce la fai.
Il pubblico sa riconoscere il talento?
Direi di si. Per fare questo disco ho discusso con la mia casa doscografica. Fatico a capire le metodologie di marketing.
Cioè?
Non bisogna ricorrere all'inganno per portare le persone ad acquistare un prodotto, qualunque esso sia. Il disco deve giungere nelle case come un dono.
Lei è nata a Islamabad, in Pakistan.
Mio padre era un ingegnere. Lavorava alla costruzione di una diga, un progetto finanziato dalla banca mondiale. Ci sono rimasta fino a 11 anni, ho anche frequentato la scuola italiana.
Parla italiano?
No, non ricordo nulla so qualche canzone ma sarei ridicola a intornarla.
Torniamo alla sua vita.
A un certo punto ho scoperto di essere il risultato di una relazione di mia madre col cuoco.
Ecco spiegato il colorito diverso.
Già. E purè i problemi di identità. Tempo fa sono tornata in Pakistan a cercare il mio padre naturale. Avevo delle indicazioni. Mi sono fermata in un bar e ho mostrato una sua foto e il barista mi ha detto: E' mio padre, è morto da tre mesi.
Famiglia cattolica la sua?
Cattolica e numerosa. Il mio bisononno da parte di padre era nunzio apostolico. A me del cattolicesimo piace la parte rituale, piaciono gli odori. Meno la politica.
Conosce la musica tradizionale pakistana?
E' complessa, mi sento inadeguata. Dovresti dedicarci la vita per conoscerla
Il titolo del disco parla di stagioni della vita: la sua quale è?
In quella lenta. Che è anche primavera. Il tempo delle infatuazioni.
La sua voce è stata avvicinata a quella di Karen Carpenter.
Lei ha una voce unica, arduo trovare analogie. Mi inorgoglisce essere avvicinata a lei, ma sono ancora agli inizi i paragoni sono prematuri.
Dedica una canzone ad Aretha Franklyn.
Il testo parla di un artista o una canzone che possono comunicare l'essenza della musica. Io vedo Aretha come una figura materna.
Ha collabirato con Burt Bacharach.
Ero negli Stati Uniti mi ha invitata a casa sua e ne è nata una bella colaborazione.
A quale artista si sente più vicina?
Se devo fare un nome, Joni MItchell: la sento come una compagna di viaggio.