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di Paolo Pagani


E così la Sfinge di Duluth, Minnesota, entra nella stagione della vita in cui i suoi coetanei, di solito, ritirano la pensione in coda allo sportello delle Poste, o  sulle ginocchia tengono il plaid e i nipotini, o più realisticamente qui e ora mantengono i figli quarantenni disoccupati. Bob Dylan compie 70 anni e, naturalmente, non sembra vero. La generazione che si ribellava ai genitori è composta, ormai, solo da nonni. Nonni rock, come no. Nonni sui generis, d’accordo. Ma pur sempre un controsenso se è vero, come è vero, che le pop star non possono invecchiare. Nessun patto con Satana lo prevede. E anzi sarebbe preferibile morissero sempre  giovani e belli, con l’aura del mito perenne attorno ai capelloni lunghi, predestinati come gli dei, icone del martirio precoce, alla Jimi Hendrix o alla Jim Morrsion tanto per estrarne due  a caso dal bigoncio dei più fighi. Giù il cappello. Martedì 24 maggio, lo stesso giorno in cui il Piave mormora, quest’omino classe 1941, nato cioè nella bufera della Seconda Guerra mondiale, sopravvive a ogni luogo comune “maledetto”, hippie, trasgressivo. Da figlio dei fiori a nonno. Cin cin.

Riassumere Dylan, la sua vita e il suo cammino artistico, è impossibile. A meno di non voler compilare una voce, un volume anzi, per l’Enciclopedia dell’Immortalità. Più semplice tentare di stringere il significato della sua parabola, Fender  o chitarra acustica a tracolla, entro la magia di ciò che ha rappresentato in 50 anni, mezzo secolo diamine, di onesto mestiere da pioniere e fuoriclasse. Poeta , Dylan (pseudonimo dell’ebreo Robert Zimmermann)  viene regolarmente inserito, ogni anno, nell’inner circle, nella ristretta lista di eletti che meritano il Nobel per la Letteratura. Ma standard di giudizio umani, troppo umani, lo lescludono altrettanto regolarmente.

Divo psichedelico, Mercurio insondabile, Sibilla ermetica, voce dislessica e sgraziata,  uomo simbolo di “una certa America” (diritti civili, libero amore eccetera), il vecchio e carissimo Bob ha in fondo, e semplicemente, inventato il rock come noi lo conosciamo e celebriamo. Padre fondatore dell’urlo elettrico prestato alla musica, nel 1965 elettrificò per l’appunto il folk in quel leggendario festival di Newport che un altro genio ma del cinema, Martin Scorsese,  nel 2005 ha immortalato nel docu No direction Home (chi non ha comprato il dvd, se ne vergogni). Titolo profeticamente tratto da un verso di Like a Rolling Stone, contenuta nell'album Highway 61 Revisited che sta alla musica di questo secolo come il Vangelo al cattolicesimo.

Dylan è stato ed è tutto. Ruffiano commerciale e genio chimicamente puro, figlio della tradizione americana e padre di Bruce Springsteen ma anche della vulgata rock che inonda di colonna sonora le nostre vite da quando esistono i giradischi stereo. Tutto nasce (ma per fortuna non muore) da lì, da lui. Politico suo malgrado e integralista religioso (anni fa una svolta mistica produsse dischi straziati e intimisti); pischello mingherlino in giubbino e jeans agli esordi, torvo ghigno da messicano rugoso col cappellaccio da Zorro adesso che ancora gira il mondo in tournée infinite. Dylan ha guidato lotte studentesche e sconfitto l’esercito Usa in Vietnam. Dylan, ancora lui, ha raggiunto l’età disonesta della prostata sfidando ogni establishment con l’arma spuntata del cantautore solipsista, chiuso nel suo mondo di Narciso, eppure capace del sortilegio più grande: squadernare a ogni show, a ogni album, a ogni provocazione un significato universale.  Bellissima una sua ammissione: “Tutto quello che ho scritto o cantato me l’ha ispirato il Comandante in capo”. Oh yes, il Padreterno. E che da lassù, allora, dalle nuvole del paradiso dei ribelli, Woody Guthrie e l’America bella degli hobos e della canzone dell’anima, gli mandino almeno una cartolina d’auguri il 24 maggio