Era il 1984, quando Raf uscì per un’etichetta francese con il suo primo singolo, intitolato Self Control. Fu un successo planetario e da lì, per tutto l’arco del decennio, il cantante di Margherita di Savoia sfornò una hit dopo l’altra (basti pensare a Gente di mare, in coppia con Umberto Tozzi, o alla successiva Ti pretendo). Ma per quanto in molti abbiano bollato gli anni ’80 (e di conseguenza anche molti dei suoi protagonisti) come effimeri, Raf ha continuato a godere dei favori del pubblico per i due decenni successivi, e tutt’oggi dimostra di avere ancora molto da dire, come dimostra il suo nuovo disco Numeri. E se è vero che un suo fortunatissimo disco del 1989 si intitolava Cosa resterà degli anni ’80, allora Raf potrebbe benissimo risponderci: “Io!”.

Ecco l’intervista, in attesa di scoprire sabato la gallery “com’erano/come sono” dei cantanti degli anni ’80.

A oltre vent’anni di distanza, come possiamo rispondere alla fatidica domanda: “Cosa resterà di questi anni ‘80”?
Frankie Hi-NRG, che canta con me e Nathalie nella title track del mio nuovo album Numeri, dice: “Quel che resterà di questi anni ’80 è lo zero”. Il che però non vuol dire che non è rimasto niente, bensi che è rimasto il niente. Sono venute meno le ideologie e niente le ha sostituite, per cui è rimasto un grande vuoto. Adesso è difficile trovare qualcosa di così forte ad accomunare le persone.

È cambiato il tuo modo di fare dischi, da allora?
È cambiato l’approccio. Per quanto io sia restio ai cambiamenti, devo per forza confrontarmi con quello che è il mercato. Oggi c’è un’attitudine molto più consumistica nei confronti della musica e un disco di musica leggera ne deve tenere conto. Per cui in qualche modo bisogna abbassare la soglia di fruibilità, essere semplici e diretti. Tuttavia, anche se stiamo parlando di musica commerciale, se questa è fatta con amore racchiude comunque una componente creativa. Perciò bisogna essere in grado di non essere di nicchia, ma allo stesso tempo di fare musica di qualità. Ed è difficile centrare quella linea.

A lei va bene così, o si sente tentato di uscire dagli schemi?
Se un domani dovessi fare un disco al di fuori di una major, probabilmente sperimenterei un po’ di più. Ma ci tengo a specificare che mi ritengo fiero di ogni singola canzone che ho fatto finora.

E il panorama musicale nel suo complesso, com’è cambiato?
Il panorama odierno è un po’ deludente. Non si trovano più dischi che diventano un punto di riferimento per i decenni a venire. C’è quasi solo musica usa e getta. Qualcosa succederà di sicuro, prima o poi, anche se non so quando…

La sua attitudine sperimentale l’ha tirata fuori proprio nel già citato Numeri. Come nasce questo brano?
La parte musicale del brano l’avevo buttata giù un anno fa e già allora avevo previsto una parte di rap iniziale. Già in passato mi ero cimentato con delle specie di rap, ma questa volta non mi andava. Guardando tra i tanti, ho scelto Frankie, che conoscevo da anni. Dato che la parte la doveva scrivere lui, avevo bisogno di qualcuno che la pensasse in una maniera simile alla mia e io e lui siamo molto in sintonia. C’è da dire che ha fatto molto meglio di quanto avrei fatto io. E Nathalie è bravissima, non c’è altro da aggiungere.

Il titolo del disco e del brano, a cosa allude?
Allude alla speranza di non essere solo dei numeri, ma esseri umani. È un invito a rivalutare l’umanità nelle persone.