Giuseppe Mango, conosciuto dai più solo come Mango, ha cominciato la sua carriera già negli anni ’70, ma è stato nel decennio successivo, con la collaborazione con Mogol e Mara Maionchi, che l’interprete di Lei verrà è arrivato al grande pubblico. E nonostante gli anni ’80, soprattutto da un punto di vista musicale, siano indicati come gli anni dell’effimero, Mango è riuscito a rimanere sulla breccia dell’onda fino ad oggi, con l’uscita dell’ultimissimo album, La terra degli aquiloni.

In attesa di vedere sabato la gallery com’erano/come sono dei cantanti degli anni ’80, ecco l’intervista a Mango.

Dai successi degli anni ’80 a quelli più recenti, lei è sempre rimasto un protagonista all’interno della scena musicale italiana. Ma nel frattempo cos’è cambiato?

Sono cambiate tante cose. Nell’industria discografica c’è meno competenza, salvo le ovvie eccezioni. Non perché le persone in gamba non ci siano, ma semplicemente perché è il mondo intorno a non permettere loro di esistere.

Un tempo, invece?
Un tempo c’era un’attenzione diversa. Con i miei primi tre dischi non ho venduto molto, ma mi è comunque stata offerta la possibilità di sperimentare e di proseguire lungo il mio percorso. Una volta sugli artisti si investiva per quattro, cinque album, dopodiché i risultati arrivavano. Oggi questa possibilità non c’è più.

Oggi ci sono i talent…
Ci sono solo i talent show, che però sono inconsistenti, danno illusioni ma poi il 99% di quelli che ci passano non ce la fanno.

Questo suo ultimo disco, La terra degli aquiloni, come nasce?
Arriva dopo un disco di cover, che nonostante quel che si pensa richiede lo stesso sforzo di un disco normale, e dopo un live. Mi ci sono dedicato nell’ultimo anno, quando dopo i precedenti impegni ho avuto di nuovo il tempo di occuparmi di altro. Volevo fare un album che parlasse delle mie aspettative e dei punti cardine della mia vita.

Oltre ai nove inediti, nel disco ci sono anche due cover…
Aver fatto un disco di cover è un’esperienza che mi ha entusiasmato, tanto che io lo considero come un album di pezzi miei. Per quanto riguarda quelle contenute in questo disco, Volver viene dal film di Almodovar, in cui c’è un momento stupendo in cui Penelope Cruz la canta in playback. Starlight, che in originale è un pezzo dance che a essere onesti non mi piace neanche, l’ho sentita la prima volta in una versione un po’ anni ’70 che invece è quella che ho preso come riferimento. In quest’ultimo pezzo mio figlio suona la batteria e mia moglie mia figlia fanno i cori. È stato molto bello lavorare in famiglia…