di Marco Agustoni

Della sua Shimbalaiê, canzone estratta dal suo omonimo disco d’esordio, parlano già come tormentone di classe, per la sua capacità di coniugare orecchiabilità e gradevolezza. Eppure la ventiquattrenne Maria Gadù quel pezzo, scritto tra l’altro quando aveva solo dieci anni, nell'album non lo voleva neppure mettere. E chissà come sarebbe cambiata la sua vita se non avesse dato retta a chi della canzone si era innamorato. Oggi la giovane cantautrice di San Paolo è amatissima nel suo Paese e richiesta anche all’estero e può già vantare collaborazioni con leggende della musica brasiliana Caetano Veloso e Gilberto Gil. Ne abbiamo parlato con lei.

Partiamo da Shimbalaiê: veramente voleva tenerla fuori dal disco?

A me non piaceva proprio, quella canzone, e in effetti non pensavo che valesse la pena di metterla nel mio album. È la primissima canzone che ho scritto e fino a poco tempo fa la trovavo un troppo naif. Ma ora ho cominciato ad apprezzarla, non tanto perché mi ha reso famosa, ma perché mi ha ricordato della mia infanzia e di quel che provavo quando avevo dieci anni.

Ma il titolo cosa significa?
Non ne ho proprio idea! [ride] È una parola che ho inventato, più che altro ricorda il rumore delle onde del mare.



Il disco è dedicato a Dona Cila, così come anche una canzone dell’album: di chi si tratta?
Era mia nonna. Qualche anno fa si è ammalata di cancro e non potevo sopportare l’idea che lei se ne andasse, è stata troppo importante per me. La canzone l’ho scritta un mese prima che morisse.

Come è arrivato il successo?
Fino a tre anni fa suonavo in strada, anche qui a Milano, in stazione Garibaldi, quindi è tutto quanto molto strano. Ho sempre suonato, sin da quando avevo cinque anni: prima il pianoforte, poi ho cominciato con la chitarra perché era più facile da portare in giro. Poi un giorno una persona che lavorava in televisione mi ha sentita cantare Ne me quitte pas di Jacques Brel e ha deciso di inserirla in una serie tv su sua madre, una storica cantante brasiliana, in cui tra l’altro ho avuto una piccola parte. E da lì ho cominciato a farmi conoscere sul serio.

E in che modo è finita a suonare al fianco di una leggenda come Caetano Veloso?
L’ho conosciuto perché il batterista con cui dovevo suonare in una serie di concerti a Rio, Zazinha, aveva già lavorato con lui e così l’ha invitato a sentirci. Gli sono piaciuta e mi ha invitata a suonare a un evento televisivo. E da lì è nata l’idea di collaborare.

Nella sua permanenza in Italia ha avuto modo di apprezzare qualche musicista del nostro Paese?
Certo! Mi piacciono molto Daniele Silvestri e Fabrizio De André… ascolto tutti i giorni Bocca di rosa. E poi anche i 99 Posse e la Bandabardò.

Per finire, visto che Italia e Brasile condividono la passione per il pallone: lei è tifosa di calcio?
Sì, mi piace una squadra di San Paolo, il Palmeiras, che tra l’altro prima si chiamava Palestra Italia, perché è di un quartiere italiano della mia città. Qui in Italia invece ho conosciuto Pato, è un grande giocatore!