di Marco Agustoni

Il senso della storia dei Public Enemy è riassunto in un commento a un’esibizione live di Don’t Believe the Hype pubblicata su Youtube: “Rap 1980 = Fight the Power. Rap 2010 = Slap the Bitch”. Non dovrebbe essere necessaria una traduzione per capirne il senso: negli anni ’80 il rap era un linguaggio rivoluzionario in grado di farsi tramite di un messaggio di cambiamento sociale e culturale. Nel 2010, invece, è per molti versi diventato una celebrazione autoreferenziale di soldi e papponi. Certo, di eccezioni ce ne sono e neanche poche, ma in effetti i tempi d’oro della Zulu Nation di Afrika Bambaataa sembrano lontani.

I Public Enemy, di quel rap politically conscious, sono stati gli esponenti di spicco, perciò oggi un disco come Fear of a Black Planet, che ha da poco compiuto vent’anni, potrebbe essere una buona materia di studio per chi si avvicina alla cultura hip hop nel suo complesso. Ma la maniera migliore per approcciare la band dei "ribelli senza pausa" (per dirla con il titolo di una loro canzone) Chuck D e Flavor Flav, è andare a sentirli dal vivo: l’occasione ideale la offre senza dubbio la data del 12 luglio all’Arena Civica di Milano, nella cornice del Milano Jazzin Festival, in cui i Public Enemy si esibiranno assieme ad altri due leggendari gruppi hip hop americani, ovvero i Cypress Hill e gli House of Pain, mentre l’apertura sarà affidata al romano Noyz Narcos.

E visto che la formazione hip hop più politicizzata di sempre sta per compiere trent’anni di attività (il gruppo nasce nel 1982), per fare un rapido ma utile ripasso della loro storia, il modo migliore potrebbe essere ripercorrere i loro brani più importanti: ecco quindi una playlist con i loro dieci migliori videoclip. Si va dal comizio di Fight the Power al carcere di Black Steel in the Hour of Chaos, passando per i Public Enemy in versione plastilina di Give it Up e la colonna sonora di He Got Game di Spike Lee. Per non dimenticare la collaborazione bomba con gli Anthrax per una versione metallara di Bring the Noise.