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di Fabrizio Basso


Il reggae infinito. Quello che non smetteresti mai di ascoltare e di ballare. Bene quel reggae compie trent’anni e ha un nome. Si chiamano Africa Unite e hanno attraversato insieme una bella fetta di storia d’Italia. Hanno fatto i capostipiti e hanno gettato i semi per far crescere intorno a loro una rigogliosa, divertente, sonora piantagione reggae. Questo viaggio immaginario e immaginifico è ora raccontato nel libro Trent'anni in Levare - Storia nella Storia di Africa Unite che porta la firma di Bunna e Madaski, gli Africa, affiancati da FT Sandman & Episch Porzioni (Chinaski Editore, 18 euro).

Trent’anni sono tanti...
Molti e non avremmo mai creduto di tagliare questo traguardo. Tutto è nato per gioco.
Invece è stata una rivoluzione.
Che ci ha cambiato la vita.
Consapevoli che era una strada difficile la vostra?
Fin dal primo momento. Non abbiamo mai avuto un successo eclatante ma è sempre stato solido. Siamo stati promossi sul campo.
Il libro ha portato alla luce anche momenti difficili?
In trent’anni ci si imbatte in fasi negative, ma si cerca di dimenticarle. Però la storia di un gruppo, ma anche delle persone, è fatta anche da episodi negativi. Tutto si è sempre appianato.
La svolta?
Con Babilonia e poesia. Dopo i primi lavori auto-prodotti è arrivata una piccola etichetta indipendente che ha avuto fiducia in noi. E’ stato il segnale che la nostra scintilla è stata colta da altri.
Poi siete passati a una major.
Non ce ne vergogniamo. Anche i Public Enemy senza una major sarebbero sconosciuti. Non abbiamo mai accettato compromessi.
Come funzionava?
Che noi consegnavamo il materiale e loro stampavano.
E’ curioso come negli anni 90 le major fossero attente al “sottobosco”.
Risale proprio ai primi anni 90 l’avvicinamento delle major a certe band. Con l’esplosione di alcuni gruppi hanno capito che aveva un senso ascoltare i demo che ricevevano, che potevano esserci dei talenti.
Non sempre però le scelte sono state lungimiranti.
Vero. E’ capitato che alla lunga abbiano investito tanti soldi in gruppi che si sono smarriti e il risultato è stato buchi nell’acqua.
Come è oggi il panorama reggae in Italia?
C’è un bel fermento. Ci sono bei gruppi e c’è tanta gente che va ai concerti.
Elementi negativi?
Ancora troppe band che scimmiottano il reggae jamaicano. Alcuni scelgono proprio idiomi jamaicani, non si fermano neanche all’inglese. Tutto ciò ci fa sorridere, noi siamo sempre rimasti distanti da quelle forme di reggae. La differenza la fa lo stile personale.
Farete una festa per le 30 candeline?
Ci stiamo lavorando. Sarà il 26 agosto al Carroponte di Milano. Avremo tanti amici che verranno a trovarci sul palco. Appena avremo tutte le adesioni lavoreremo alla scaletta.
Quale è il segreto di tanta longevità?
L’unità. Il mondo della musica è così complicato che senza unità e solidarietà ci si smarrisce.