di Fabrizio Basso

Qui di sbagliato non c’è niente. Altro che la storia sbagliata di Pasolini. Gigi Maieron, anzi JJ come ama farsi chiamare, racconta la quotidianità con una lingua sua, quella della Carnia. O meglio di una zona carnica che si chiama Cercivento. Ha iniziato a cantare in vernacolo. Ha iniziato prima dei Tazenda e prima di Davide Van De Sfroos. O meglio prima che Davide col suo laghée andasse al Festival di Sanremo, sdoganando una volta per tutte, gli idiomi locali a livello nazionale. E Maieron collabora con Van De Sfroos. Lo ritiene un precursore. Hanno molto in comune, a partire dalla capacità di tratteggiare storie universali partendo da personaggi che si possono incontrare tutti i giorni.

Come si definisce?
Un artigiano carnico che scolpisce le parole.
Quale è il vantaggio dei dialetti?
Le lingue locali hanno l’essenza della vita vera. Profumano di realtà e di vissuto, evocano mondi rurali e ricordi d’infanzia.
E il limite?
Che si trascinano dietro un odore di stalla che non collima con la modernità.
Sembra che sia poesia grezza.
Lo è. Oggi nei dialetti si trova un mondo poetico che neanche l’italiano sa garantire.
Strano l’accento della sua.
C’è chi mi chiede se sono ungherese.
Siete i nuovi cantautori?
Non lo so. Di certo il cantautorato ha perso smalto e profondità.
Lei è uno dei pochi che ha affrontato la ferita ancora aperta del Vajont.
Ne ho parlato con Mauro Corona (lo scrittore e artigiano, ndr) il quale a sua volta ne ha scritto nel libro Fantasmi di pietra. Io volevo usare solo la parola fantasmi ma lui ha insistito perché utilizzassi tutto il suo titolo. Io volevo raccontare la storia di Erto, questo paesino che è rimasto solo case vuote. Ma dentro ci abitano ancora sogni e carezze non date. E’ un monito per tutti: non ha ceduto la diga ma la montagna.
Sembra una storia di vinti.
In ogni mio lavoro c’è un po’ di padre David Maria Turoldo.
Canta anche Buenos Aires, storie di migrazioni in altre epoche.
Dalle mie parti c’erano tre tipi di migrazione: corta e stagionale, europea, oltreoceano. E’ la storia, neanche troppo rara, di chi torna e non riconosce i posti e le persone, si ritrova tre figli non suoi. E’ partito con l’idea di stare via tre anni e ci è rimasto almeno 15. E’ un inno ai disperati.
I dialetti andrebbero insegnati a scuola?
Più che in modo tradizionale andrebbe diffusa la mentalità che c’è dietro. E’ un po’ come lo specchietto retrovisore, il dialetto: lo guardi per avere una visione più ampia del tutto. Una semplice traduzione non è esaustiva.
Come mai oggi i bravi autori sono rari?
Per scrivere cose ci vuole impegno ma soprattutto bisogna sentirle dentro: meglio un centimetro quadrato di sé che un metro quadrato di altri e raffazzonato.