di Marco Agustoni

Luca Carboni è sempre lo stesso Luca Carboni di dieci, quindici, venti anni fa: profondo eppure semplice e diretto. E il nuovo album Senza titolo, il suo undicesimo di inediti, in uscita il 13 settembre, non fa eccezione: per quanto Luca si avventuri in nuovi percorsi sonori, dando vita a una serie di canzoni in bilico tra pop e sperimentazione, la sua natura di cantautore alla portata di tutti rimane immutata. A dicembre, Carboni porterà le canzoni del disco in giro per i teatri d’Italia, partendo il 7 da Roma per arrivare il 20 a Milano. Ne abbiamo parlato con lui nel corso di un’interessante intervista.

Partiamo dalla prima traccia del disco, Non finisce mica il mondo, in cui afferma la necessità di “cercare nuove strade”: non a caso in questo disco sperimenta molto, da un punto di vista musicale…
È una canzone che rivolgo soprattutto a me stesso, è nata dalla considerazione della necessità di darsi uno stimolo a osare e non rimanere sempre dentro la stessa pista di Formula 1, dove magari puoi andare sempre più forte, ma alla fine fai sempre la stessa strada. Abbiamo curato molto agli arrangiamenti del disco, è stato un lavoro di ricerca  durato mesi, perché trovare i suoni giusti non era affatto facile.

Questo desiderio di novità ha anche a che fare con la sua vita privata?
Tutte queste riflessioni sono frutto di un’esperienza recente, ovvero andare a vivere sull’Appennino bolognese. Non è stata una fuga dalla città, perché amo ancora Bologna e credo che abbia ancora tanto da offrire, soprattutto a un giovane: non sono di quelli che dicono che non è più la stessa, per quanto in effetti tante cose siano cambiate. La mia è stata più che altro una ricerca delle radici, dato che la mia famiglia viene da lì.

Perché questo disco è rimasto senza titolo?
Il titolo di un disco è sempre qualcosa che ha un impatto molto forte e io preferisco che le canzoni arrivino in maniera diretta, senza mediazioni. Infatti non è la prima volta che faccio un album con un “non titolo”: c’è stato Luca Carboni nell’87, Carboni nel ’92, Diario Carboni nel ’93, LU*CA nel 2001. Poi ho finito i nomi a disposizione e così ho sfruttato l’opportunità dell’untitled.

Il disco prevede una bonus track solo per iTunes, Il fiume: crede che il download digitale possa essere una via percorribile per i musicisti?
Spesso si ricorre a una traccia bonus per invogliare al download legale. Di solito non inserisco negli album canzoni del passato, ma sento l’esigenza di focalizzarmi su un periodo preciso. In questo caso però mi è venuta l’idea di rendere omaggio alla mia vecchia band, i Teaobldi Rock: avevo solo quattordici anni e si tratta della mia prima canzone, per me è stata un’emozione particolare registrarla, ma non so come la prenderà la gente, se la sentirà slegata al resto dell’album. In ogni caso, download digitale o meno oggi è diventato tutto molto più difficile per chi comincia a fare musica, un tempo le case discografiche cercavano cose nuove e quando puntavano su di te, ti lasciavano tempo. Oggi se sbagli un album sei fuori.

Senza titolo esce anche in vinile…
Sì, anche perché oggi è più facile che uno scarichi gli mp3 e poi, invece di comprarsi il cd, si compri il vinile.

E i social network? Per un musicista sono uno strumento utile o una perdita di tempo?
Possono essere entrambe le cose. Io non uso molto questo tipo di strumento, se non per dare notizie tecniche ai miei fan. Però può essere che per un nuovo artista i social network possano diventare una buona occasione, e allora fa bene a sfruttarli.

Riccione – Alexander Platz è una sorta di autodafé della sua generazione: come mai questa disillusione?
Negli anni ’80 eravamo la generazione che guardava a quelli venuti prima di noi come quelli che ancora non avevano capito che la vita non è solo darsi del fascista o del comunista. Ci sentivamo degli illuminati, poi però siamo arrivati fino a oggi e non abbiamo fatto niente di nuovo, siamo ancora qua a votare destra o sinistra e non ci siamo mai dati da fare perché le cose cambiassero.

Il suo tour toccherà alcuni dei principali teatri italiani: ci può anticipare qualcosa?
In realtà devo ancora pensare bene a come strutturare il ive, perché questo non è un disco facile da portare dal vivo e io voglio rappresentarlo così com’è. Aspetto di finire le presentazioni nelle librerie, dove non canterò, ma chiacchiererò soltanto col pubblico, e poi vedrò di definire meglio il tutto.