di Marco Agustoni

Dopo il disco d’esordio Dancegum, del 2008, e singoli come Teen Drive In, Bomba! e Carenza di basso, gli Useless Wooden Toys sono finalmente pronti a servire il loro piatto forte. O meglio, il loro Piatto forte, con la P maiuscola, dato che si tratta del titolo del loro secondo album appena uscito per Emi - in cui dance, pop, hip hop e indie rock si mescolano senza soluzione di continuità - e anticipato quest’estate dal tormentone Il tirannosauro, che è apparso in tutte le salse su Youtube. Il duo cremonese è solito fare le cose per bene e quindi non si è fatto mancare gli ospiti giusti: Piotta, Il Genio, Entics, Dargen D’amico ed Ex Otago sono solo alcuni dei nomi in lista. Abbiamo intervistato gli Useless Wooden Toys per voi.

In che cosa consiste questo vostro Piatto forte?
Piatto forte è il risultato di un progetto durato quasi due anni in cui abbiamo lavorato sul nostro suono: volevamo stressare e portare avanti il nostro lato più dance e pop. Per riuscirci abbiamo deciso di coinvolgere alcuni artisti conosciuti nel tempo, proveniente soprattutto dall’hip hop e dalla scena indie, per sfruttare le loro caratteristiche e ottenere un disco fresh, con alla base suoni electro e old school, ma aperto a ogni genere.

Per quanto riguarda il titolo, invece?
Il titolo ha due valenze: da un lato si riferisce alla caratteristica tipica del mondo hip hop di autoincensarsi. Quindi: “Il nostro disco è un piatto forte!”. Dall’altra, è un gioco di parole riferito al piattume che ci circonda.

Come li avete scelti, questi ospiti?
Per quanto riguarda quelli provenienti dalla scena hip hop, si è trattato di persone che conoscevamo direttamente o con cui in qualche modo eravamo collegati, perché comunque in Italia in quest’ambito è tutto un grande network. Quelli della scena indie invece li abbiamo conosciuti partecipando agli stessi eventi, come ad esempio il MiAmi. In tutti i casi, comunque, si è trattato di collaborazioni biunivoche: non abbiamo mai dato un pezzo finito a qualcuno dicendogli semplicemente di cantarci sopra. È stato un lavoro continuo che ha tenuto conto degli stimoli e suggerimenti che ognuno di loro ci dava.

Per quanto il vostro sia un disco ludico, i contenuti dei testi spesso non lo sono, come in Facciamo la rivoluzione, registrato con gli Ex Otago, o lo sono solo in apparenza, come in Piove benza con Dargen D’Amico…
Sì, è vero, cerchiamo di rimanere sempre a metà tra gli sfottò e i contenuti seri. Non è sempre facile rimanere lì sul bordo del precipizio, col rischio di non essere capiti o di essere fraintesi. Quello con Dargen è un brano che ha un taglio ecologista, mentre per quel che riguarda Facciamo la rivoluzione, la canzone è nata da un lato perché in Italia gli artisti non mainstream sono esausti e insoddisfatti dal fatto che sono anni che ci provano, ma nel Paese la musica alternativa non ha i numeri per permettere di dedicarcisi come si vorrebbe o addirittura di farne un lavoro; dall’altro perché a livello più generale in Italia la situazione sta via via peggiorando.



Di recente sembra che la dance di qualità stia vivendo un periodo positivo, in Italia…
Noi abbiamo avuto fortuna perché il nostro primo disco è uscito in un buon momento, siamo arrivati dopo Crookers e Bloody Beetroots, italiani che hanno fatto scuola in tutto il mondo. È come se oggi la dance stesse riuscendo a fare quello che una volta faceva il Rock. Pensiamo che in Italia i tempi siano maturi, anche grazie al web che rende l’ascolto molto più diretto: magari un fenomeno appena nato a Londra può sbarcare la sera stessa a Milano.

Questo Tirannosauro che è diventato un tormentone da dove viene fuori?
Non è possibile dare una risposta precisa, ognuno la vede come vuole. Diciamo che quest’anno il tirannosauro ci è un po’ scappato di mano ed è andato al di là dell’aspetto virale, quindi si può dire che è stato un esperimento perfettamente riuscito. Ognuno ne ha preso un pezzettino e ne ha fatto quel che voleva, per cui adesso è difficile capire dove andrà.