di Floriana Ferrando

Il rock duro dei Metallica sparato ad altissimo volume o quello degli Ac/Dc trasmesso ininterrottamente per ore. Una manciata di giorni, a volte qualche settimana, e l’esercito americano riesce ad ottenere dai detenuti tutte le confessioni di cui ha bisogno o addirittura la resa dei nemici.

Dopo le prime indiscrezioni venute alla luce già nel 2009, la brutale pratica è tornata recentemente al centro del dibattito grazie ad iniziative come Zero dB [Musica contro la tortura] e agli sforzi di Steve Goodman (autore del saggio “Sonic Warfare” sugli effetti della tortura musicale), e Mathieu Copeland (che con una recente mostra alla David Roberts Art Foundation di Londra ha proposto una selezione di brani utilizzai a tal fine). Ora il portale di informazione indipendente francese Rue89 segnala tutte le tracce utilizzate come strumento di tortura dagli anni Ottanta in poi dall’esercito statunitense.

La stramba ma purtroppo efficace iniziativa esercitata dalle carceri di Guantanamo a quelle del Medio Oriente fa parte di un programma più ampio denominato “Operazioni psicologiche” (PsyOp), una serie di strategie studiate apposta per fare pressione sulle emozioni allo scopo di ottenere informazioni dai detenuti. Quale modo migliore (e più atroce, è il caso di dirlo) che utilizzare altoparlanti ad altissimo volume per bombardare giorno e notte le carceri con le più celebri canzoni americane fino allo sfinimento? Dunque, il rock diventa tortura. E sembra pure funzionare.

Prendiamo il temibile leader panamense Manuel Noriega: era il 1990 quando dopo dieci giorni di assedio passati ad ascoltare musica rock alzò bandiera bianca. E chiese un po’ di silenzio, c’è da immaginarlo. La strategia musicale per catturarlo era partita con musica R&B e soul-classic, ma non vedendo risultati l’esercito ripiegò su “Hair of The Dog” (1975) dei Nazareth.

Guarda il video di Hair of The Dog



Scontro quasi alla pari quello fra le truppe dell’FBI e la setta religiosa guidata da David Koresh durante l’assedio di Waco, primo caso ampliamente pubblicizzato in cui la musica è stata parte integrante di un'operazione militare. Il leader della setta avrebbe diffuso delle canzoni autoprodotte in direzione delle truppe che circondavano il bastione, per tutta risposta l’FBI ha iniziato la sua opera di assedio con la canzone di Nancy Sinatra “These Boots Are Made for Walking” (1966). Ma i seguaci di David Koresh tennero duro: seguirono cinquanta giorni di caos acustico - tra preghiere tibetane, canti natalizi, inquietanti suoni di sacrifici di animali e estratti di trasmissioni televisive che criticavano l’operato di Koresh – fino al suicidio di massa.

Guarda il video di These Boots Are Made for Walking



A dire il vero, anche se il rock era utilizzato come strumento di tortura già da decenni, l'uso della musica per aumentare la paura e prolungare lo shock dei prigionieri è stato ufficialmente diffuso dopo una nota datata 14 settembre 2003 firmata dal tenente generale Ricardo Sanchez, a quel tempo di stanza in Iraq. Da allora la diffusione ripetuta e ad alto volume di canzoni è diventata uno strumento comune nelle carceri militari americane in Iraq, Afghanistan e a Guantanamo.

Nel carcere di massima sicurezza di Guantanamo, finito più volte nel mirino di Amnesty International e di altre associazioni per la tutela dei diritti umani, andavano forte le hit del momento. In un’intervista rilasciata al Guardian l’ex detenuto Ruhal Ahmed ricorda chiaramente quando è stata introdotta la musica americana come strumento di tortura: “Posso capire di essere picchiato, non è un problema. Dal momento in cui ci si trova in una stanza per gli interrogatori è possibile che succeda e ce lo si aspetta. Ma non è la stessa cosa che subire violenza psicologica. Dalla fine del 2003, quando la musica ha iniziato ad essere utilizzata, la situazione è peggiorata. Sembrava di diventare completamente pazzi. È davvero spaventoso pensare che si può diventare pazzi a causa di tutta quella musica, a causa del volume alto. Ad un certo punto le parole diventano impercettibili e si fondono in un mix terribile”. Questa volta niente hard rock, né heavy metal, era la pop star Britney Spears con “Baby One More Time” (1998) a mandarlo fuori di testa.

Binyam Mohamed, anche lui detenuto a Guantanamo, descrive un'esperienza simile: "La stanza era al buio per la maggior parte del tempo. C'era "Slim Shady" (1999) di Eminem che è stata trasmessa a tutto volume per venti giorni consecutivi. Poi la musica è cambiata improvvisamente e abbiamo iniziato a sentire risate angoscianti in stile Halloween e rumori spaventosi come di fantasmi. Molti hanno perso la ragione e mi è capitato di sentire i detenuti sbattere la testa contro le pareti e le porte, gridando”.

Guarda il video di Slim Shady



Per le carceri in Medio Oriente, invece, si puntava su brani più forti. Un detenuto di Abu Ghraib ha raccontato che "Enter Sandman" (1991) dei Metallica è stata trasmessa più volte ad un volume molto alto durante gli interrogatori, in delle stanze che sono state beffardamente ribattezzate “The Disco”.
Mentre nel novembre 2004 durante l'assedio di Fallujah l’esercito americano ha chiamato in campo al suo fianco gli Ac/Dc con il loro successo “Hell Bells” (1986), “campane dell’inferno”. Basta già il titolo per capire che il brano era azzeccatissimo per mettere in pratica ancora una volta questa assurda strategia del terrore.

Guarda il video di Enter Sandman