di Giulia Floris

La prima volta che ha fatto un concerto racconta che è stato quasi costretto a salire sul palco, c’è chi lo chiama il nuovo Battisti e chi lo paragona a De Gregori, il suo nome d’arte è un soprannome strambo che si porta dietro sin da ragazzino non si sa bene perché, né ha interesse a svelarlo. Giuseppe Peveri, alias Dente, classe 1976, originario di Fidenza, torna con un nuovo disco 'Io tra di noi', in uscita l’11 ottobre, due anni dopo 'l’Amore non è bello' (premiato nel 2009 al Pimi come album dell’anno) e dopo uno tour teatrale che nel corso del 2010 ha registrato per oltre 20 date il tutto esaurito. Dodici tracce, scelte tra una ventina di canzoni, in cui ritorna il gusto per i giochi di parole, l’ironia, il nonsense. E protagonista è ancora una volta una rappresentazione mai retorica o banale dell’amore.

Cosa c’è di nuovo in questo lavoro?
Questo disco ha un approccio molto diverso dai precedenti, è più ricercato. Per la prima volta ho lavorato con un produttore artistico che ha dato una direzione di suono precisa all'album. Allo stesso tempo però le canzoni sono state arrangiate prima con la band e poi arrichite, per cui staranno in piedi anche dal vivo: ci stiamo lavorando.

Sul palco sei un grande intrattenitore, sei sempre stato così?
E’ una cosa di me che ho scoperto sul palco: chiacchiero tanto per sdrammatizzare. E’ stato così sin dalla prima volta che ho suonato per un pubblico vero, a Fidenza nel 2005. Aprivo un concerto di Marco Parente e mi avevano quasi costretto a farlo: mi tremava la voce e facevo lo scemo per superare la tensione. Pensavo che le mie canzoni per il pubblico potessero risultare pesanti o poco interessanti e così ho scoperto di poter far ridere il pubblico. A volte lo “tratto male”, ma è un gioco, solo che capita che qualcuno non capisca e se la prenda. Ora però so che ci sia aspetta da me anche "il cabaret" e questo mi pesa un po'.

Oltre ai concerti ti esibisci anche in dei dj set, di cosa si tratta?
Sono selezioni musicale degli anni ’60. La gente ancora impazzisce e si scantena per quella musica: non c’è più stata una cosa così, è stato un periodo magico. Anche gli anni '70 musicalmente sono stati molto importanti, col progressive, i cantautori, ma erano minati da una situazione sociopolitica molto difficile, era come essere in guerra, penso che gli anni di piombo siano stati qualcosa che noi non possiamo neanche immaginare.

A proposito di cantautori, c’è chi ti paragona a Battisti, chi a De Gregori, che effetto ti fanno questi accostamenti?
I paragoni mi fanno sorridere, perché è come se uno non avesse parole sue, ma d’altra parte mi fanno piacere. Sicuramente nella mia musica si sentono le influenze di quello che ho ascoltato.

Prima di riuscire a vivere di musica, hai fatto altri lavori?

Svariati. All’inizio mi ero messo nelle mani di un'agenzia interinale: preferivo fare oggi una cosa e domani un'altra e non pensare 'Dovrò fare questo per tutta la vita', perché il mio obiettivo era suonare. Poi, per tre anni, ho fatto il magazziniere, avevo un contratto a tempo indeterminato che mi dava la stabilità economica necessaria per potermi dedicare alla musica.

Sai anche tu cosa vuol dire essere precario…
Sì, ma se è per questo ora lo sono più di prima: il mio è il mestiere più precario del mondo, perché lavoro in base a quello che esce dalla mia testa: è la mia massima aspirazione, ma è una cosa che fa anche paura: e se un giorno dalla testa non esce più niente?

Cosa pensi dei tanti canali in cui si diffonde la musica oggi?
Myspace quando ho iniziato erano molto utile, non c’erano tanti canali per farsi conoscere e si potevano scoprire delle cose interessanti. Ora c’è una offerta tale che forse non fa bene alla musica, tutto è diventato troppo dispersivo. La musica non si ascolta più come si dovrebbe. Oggi si ascolta musica guardando due video su Youtube, è una fruizione veloce, prima l’ascolto era molto più meditato. Io passavo i pomeriggi nei negozi dei dischi, li compravo e quando spendi dai più valore alle cose. La musica gratis per me è un errore, si dimentica il lavoro che c’è dietro e anche il costo che ha fare musica.

E coi social network che rapporto hai?

Non amo i rapporti finti tra le persone che danno l'illusione di creare, c'è chi pensa di conoscerti perché ti ha scritto su internet. Ora mi sono fatto un account Twitter, ma ancora non lo capisco, infatti non ci scrivo mai niente.

Canti spesso l’amore, non è un tema che può essere insidioso?
Non mi pongo il problema, è quello che mi muove alla scrittura. Oggi è così, magari domani sarà diverso.

Non parli invece mai di politica, ma hai partecipato a Milano libera tutti, il concerto a sostegno della candidatura di Pisapia che si è tenuto in maggio. Come mai?
Ci ho riflettuto tanto prima di decidermi, ma sono contento di aver partecipato. Milano è la città in cui vivo ed è sempre più triste, non ci sono spazi per suonare: era una dimostrazione che anche a Milano si possono fare delle cose come quella. Ora non so cosa succederà, ma bisognava dare un segnale.

Ascolta il nuovo singolo 'Saldati', tratto da 'Io tra di noi'