di Fabrizio Basso

Il suo Piemonte come "riduzione" del mondo. Perché nell'angolo nord-ovest d'Italia c'è concentrato tutto quello si può trovare nel resto del paese e non solo. La Langa, poi, è un mondo nel mondo. Ci trovi tracce di umanità, di odori e gente. Gianmaria Testa, cantore di trame di esistenza, racconta tutte queste unioni e contraddizioni in Vitamia, un album, l'ottavo della sua carriera, intenso e musicalmente strutturato che viene pubblicato un lustro dopo Da questa parte del mare, un concept album che parlava di migrazioni. Lo abbiamo incontrato nel suo Piemonte, a Fontanafredda, oggi una imponente e prestigiosa azienda vitivinicola, in origine il luogo dove vissero il loro amore morganatico Vittorio Emanuele II e la bella Rosina. Padrone di casa è quell'Oscar Farinetti, cognato dell'artista, che con un ennesimo guizzo di genialità inventa Eatily. Come una aureola, ma ben più inquietante, su Giamario Testa incombe un quesito: perché?

E da qui partiamo. Gianmaria Testa: perché?

Da vent'anni il nostro paese sceglie queste condizioni di vita.
Per lei che è spesso all'estero non sarà un bel biglietto visita.
Purtroppo no ma se non altro non devo fornire risposte.
Cosa intende?
Dopo un attimo sospeso nel silenzio ci guardiamo negli occhi e brindiamo. Ma il dramma va oltre la domanda.
Ovvero?
Il dramma vero è che ci tolgono la possibilità di immaginarlo, un futuro.
Nel 2006 pubblicò Da questa parte del mare, un concept album sulle migrazioni.
Ci sono varie forme di fuga. Le principali sono per disagio e per necessità.
Ha ceduto il brani Nuovo alla pubblicità: non è da lei.
Me lo ha chiesto mio cognato e sono stato pagato in bottiglie.
Un buon compromesso.
Non lo avrei mai fatto diversamente.
Come nascono le sue canzoni?
La scrittura è solitaria ma i dischi sono collettivi.
Vitamia cosa è?
Il disco più democratico della mia storia.
Che tour sta preparando?
Ci sto studiando. Posso girare col sestetto o col quartetto, dipende dalla profondità e dalla capienza del palco.
Con otto dischi sarà impegnativo scegliere la scaletta.
Non sono un sostenitore della scaletta fissa.
Quindi?
Di solito inizio da solo e i miei musicisti sanno su quali note devono apparire. Può essere dopo uno, due tre brani. Dipende dal clima in sala.
I suoi chitarristi di riferimento?
Il misterioso JJ Cale: riuscire a scoprire dove si nasconde gli chiederei di fare qualcosa insieme.
Poi?
Eric Clapton e Marc Knopfler. David Gilmour per la sua capacità di sintesi tra lirismo e senso elettrico. Nick Cave anche se un po’ criptico. E poi il nostro Fabio Mesolella.
Cosa vede nel suo futuro?
Vorrei musicare poesie. L’ho già fatto con X Agosto di Giovanni Pascoli insieme a Giuseppe Battiston (che era presente alla presentazione ed è stato il regista del video di Nuovo, ndr). E poi vorrei fare un po’ di canzoni altrui: ne ho 80 nel cuore e dovrei arrivare a dieci: non mancheranno un Buscaglione, un Paco Ibanez e un Fabrizio De André.

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