di Marco Agustoni

Le Vibrazioni sono cresciute e, come ogni band con un numero cospicuo di album alle spalle (quattro in studio, nel caso della band milanese), sono arrivate al traguardo del greatest hits. Come far nascere un fiore, che è anche il titolo del primo singolo di accompagnamento dell’album, esce il 25 ottobre e segna per il gruppo di Francesco Sarcina la fine della collaborazione con Sony e l’apertura a un futuro pieno di incognite e possibilità. Ne abbiamo parlato proprio con Francesco: ecco l’intervista.

Partiamo dal titolo del disco e del singolo: perché Come far nascere un fiore?
La canzone racconta un episodio della nostra vita e il rapporto con un nostro amico, che abbiamo dovuto rendere partecipe della realtà dei fatti, per quanto questa non fosse facile. Quindi lo abbiamo un po’ dovuto “uccidere”, ma così facendo lo abbiamo messo nella condizione di decidere cosa fare di sé. È come quando poti dei fiori: è un gesto violento, ma permette loro di crescere meglio. Di questi tempi, trovo che sia necessario essere onesti e diretti, senza ipocrisie.

Oltre alle vostre hit, il disco contiene tre inediti: ce ne parli?
La scelta è caduta su dei brani che abbiamo scritto assieme, mentre di solito scrivo tutto io. Visto che per noi è un momento di transizione, ho pensato che potesse essere gratificante per il resto della band scegliere dei brani a cui abbiamo lavorato tutti noi. Questo disco è in un certo senso la chiusura di una parentesi durata più di dieci anni.

Quindi siete a un punto di svolta?
Proprio così. Molto probabilmente con il prossimo disco faremo qualcosa di diverso dal passato.

In oltre dieci anni assieme, quale è stato il momento più bello?
La band è stata fondata nel ’99… un altro millennio! Quindi di cose belle ce ne sono state tante. Ma di sicuro era stupendo quando andavamo in giro a suonare, dormendo nel nostro furgone. Era dura e non avevamo un soldo, ma è stato bello.

A proposito di cambiamenti, di recente ti sei avventurato nei territori dell’hip hop, collaborando al singolo Le leggende non muoiono mai di Shablo & Don Joe (leggi l’intervista)?
Ho dei gusti musicali precisi, ma non mi pongo dei limiti. Per quanto io non segua l’hip hop, trovo che sia fatto da persone autentiche, quindi quando Shablo e Don Joe mi hanno chiamato mi ha fatto piacere. E mi ha stupito, anche. Per cui non è affatto detto che non ci sia un seguito proprio con loro. In più, per quanto io provi a fargli ascoltare i Led Zeppelin, mio figlio di cinque anni ama il rap…

Di recente hai affermato di essere stufo della musica italiana…
È vero. Io sono un amante della musica italiana: abbiamo avuto De André, Graziani, le Orme, la PFM. Ma loro avevano inventiva e scrivevano grandi cose. Anche oggi si potrebbero scrivere cose significative, perché stiamo vivendo in un momento complicato, da un punto di vista socioculturale, ma questo non avviene. Ecco, forse lo si fa più in questo mondo dell’hip hop, che comunque parla della società in cui viviamo.

Dopo l’uscita del best of sarete in tour?
Sicuramente ci sarà, il tour, in ogni caso non prima di febbraio-marzo. Mi piacerebbe suonare nei teatri, ma è ancora tutto da capire.