Hip hop a Milano: leggi il reportage

di Fabrizio Basso

E' una voce fuori dal coro. Magari non sempre ma molto spesso. E in questo nuovo album, King del Pop lo dimostra con testi caustici, rime insidiose e citazioni da cogliere al volo, altrimenti sarebbe come spremere una arancia fuori dal bicchiere. Sarà ospite di Uno in Musica sabato 5 novembre 2011 alle ore 14.50 su Sky Uno. Lì racconterà di sé e del suo mondo. Che noi vi anticipiamo in questa intervista rilasciata a Sky.it.

Come è il rap del terzo millennio?
E' bello. Ora c'è una bella scena. E c'è pure un pubblico pronto.
Quindi si è rivoluzionato.
E' cambiato proprio il suo mondo. Oggi si può fare un disco organico senza avere un tormentone sul quale puntare. Una volta senza tormentone facevi poca strada.
I giovani amano l'hip hop.
E' vero. Il problema è che servirebbe qualcuno che li guidi. Molti non conoscono il prima del loro hip hop. Mancano le sovrastrutture.
Quanto è importante la rete?
Molto. Cammina in parallelo ai progetti ufficiali. I freedowonload sono il lato anti-economico del mio lavoro ma sono nutrimento: io ho cominciato molti mesi fa a parlare del disco in rete. E' modo diverso di fare promozione. Come dicevamo ci sono molti giovani e rappresentano un pubblico esigente, difficile da stupire. E poi quando gli offri qualcosa che li appassiona, un attimo dopo sono già pronti a chiederti: e adesso?
Le sue rime sono taglienti.
Il mio è uno scrivere ricercato, riconosco che non è per tutti. Ci sono tante citazioni e molti riferimenti nascosti.
Rapper/Criminale parla del binomio rap-gangster: ma c'è ancora chi ci crede?
Eccome e io voglio abbattere questo stereotipo.
Il rap nasce ancora nelle periferie?
In Italia a venire dalla periferia siamo tre e uno sono io.
Il rap americano è un po' noioso e ripetitivo.
Ha raggiunto il culmine e come i grandi imperi inizia poi una fase di declino. Il loro rap è più pop.
Non salva nessuno?
Ci sono personaggi tipo Kanye West e Jay-Z che lo portano agli adulti. E’ la strada che seguo anche io. Il rap non è solo cappellini colorati.
L'Italia è americanizzata?
Diciamo che prevale il filone americano.
Dove si ascolta rap vero?
In Francia è ancora un fenomeno di contestazione sociale.
Il rap è ancora terreno di dissing (i contest verbali, ndr)?
Sono in prevalenza trovate pubblicitarie.
Davvero?
Se un rapper conquista consensi solo perché parla male di qualcuno, significa che non ha niente da dire.
Lei ama le collaborazioni.
Come fanno anche i Club Dogo.
In King del Rap ospita parecchi colleghi. Famosi e non.
Mi piacciono queste collaborazioni. E mi piace dare spazio a rapper bravi ma poco noti, tipo Attila e Salmo.
Che obiettivi si pone il rap?
Crediamo nel costruire e non nel distruggere.
Il rap oltreché di denuncia può essere distruttivo?
Nelle generazioni precedenti lo è stato.
Ha duettato con Giusy Ferreri.
E' siciliana come me. E' stato divertente. E’ bello fare questi incroci di stile.
Il suo pubblico non lo ha considerato un tradimento?
Il rap ha fan talebani ma non più come una volta. Comincia a capire l'importanza di certe collaborazioni. Pensiamo a quella di Biagio Antonacci con i Club Dogo.
Un bel rischio.
Ma il bello di queste sfide è proprio mettersi in gioco.
Lei lo farebbe?
Se si presenta l’occasione perché no?
Con chi?
Non saprei. Posso dirle che stimo Tiziano Ferro, fa un pop davvero moderno. Invece Laura Pausini si è fermata a “La solitudine”.
Che vuol fare da grande?
Il produttore o il manager. Sono favorevole ai cambiamenti.