di Fabrizio Basso

Ci vuole coraggio a intitolare un disco La Testa Dentro. Ha un che di Freud e un che di Jung. Profuma di psicanalisi e analisi. E invece questa artista milanese di poche parole, profondi sguardi e lunghi silenzi riesce a trasmettere una visione della quotidianità da bicchiere mezzo pieno. E di questi tempi è un pregio. E' venuta a trovarci in redazione, a Sky.it, ha parlato, con voce bassa e soave e poi è sparita. Con voce sempre bassa e soave anche nell'assenza. Ha fatto due dischi, Copenaghen e La Testa Dentro. Uno guarda dentro e uno fuori. Uno all'oggi e uno al domani.

Che succede Micol?
Non c'è una volontà specifica, è il normale flusso delle cose, dei cambiamenti.
E' cambiata molto?
Dipende dal punto di visuale. Da Copenaghen sono passati due anni e io sono maturata, cambiata.
La scrittura?
Più intuitiva. Ma è un disco che in generale ha fatto un passo oltre.
Cosa intende?
Sono fotografie di possibili futuri. Riflettendo attentamente provo a raccontare un possibile avvenire.
Il presente è così cupo?
Non vedo possibilità e dunque con le mie canzoni cerco una luce o di dare luce ad altri.
Come fossero fotografie.
In un certo senso è così. Rifletto e provo a raccontare un futuro.
L'obiettivo?
Raccogliere e poi portare in giro bellezza.
E può farlo in giro per l'Europa.
Posso cantare in francese e in inglese oltre che in italiano.
Lei è avanti, è già in un mondo ecumenico.
L'umanità deve prendersi per mano e sentirsi libera. Deve tornare al proprio essere.
Ma come vive la vita?
Seguo l'istinto nelle scelte e nelle frequentazioni. E superata una fase adoloscenziale lunga vivo molto la casa.