di Barbara Ferrara

E’ lei stessa ad ammetterlo, Malika Ayane ama questo suo nuovo album più degli altri, e lo ama come un figlio: “Ci ho messo tutta me stessa”. Sarà per questo che il successo del singolo “Tre Cose” non ha tardato ad arrivare tanto che oggi è il brano italiano più trasmesso dalle radio nazionali, secondo in classifica dopo Alanis Morissette?

Certo è che la partenza è una partenza con tanto di rombo. Ma non c’è da stupirsi, l’artista milanese è tornata in gran forma, consapevole del proprio talento. Il disco ha il sapore genuino di una musica che appartiene alla cultura tradizionale, senza troppe contaminazioni elettroniche. Tra gli artisti che hanno collaborato al progetto di Caterina Caselli, troviamo Pacifico, Giuliano Sangiorgi, Paolo Conte e Ferdinando Arnò co-autore insieme a Malika dei due brani “Briciole” e “Il giardino dei Salici”.

La copertina di Ricreazione sembra uscita da un quadro di Renoir o da un film di Ozpetek, trasmette aria di festa e comunica il clima di condivisione: “Tanta gente intorno a un tavolo, proprio come è stato durante la lavorazione di questo disco”.

Lei ha definito "Ricreazione" un disco imperfetto: cosa intende?
E’ un disco volutamente imperfetto perché si rifà all’animo umano; è una storia d’amore che attraversa due fasi: la prima istintiva e razionale; la seconda dove si smette di essere irrazionali perché la passione diventa la base della consapevolezza che guida o distrugge un rapporto.
E’ un album molto ricco, citazioni colte incluse…
E' a metà tra i suoni della California e l'atmosfera di novembre sui Navigli di Milano. E’ un disco di sfizi, lo amo molto, ci ho messo tutta me stessa. E la musica di ogni brano nasce da un’ispirazione: una canzone, un’armonia, uno stile.
E così che è nata “The morns are meeker than they were”?
E’ un testo di Emily Dickinson che ho scovato negli archivi della Sugar. La musica di Sergio Endrigo invece è inedita.
Cosa rappresenta?
E’ un momento di respiro dove lo sguardo va per un attimo lontano…all’immagine della primavera. Non per nulla è a metà del disco.
Si dice che con il terzo album si esce dalla categoria esordienti: dove si colloca?
Questo lo definirei davvero un figlio mio, l’ascolto vuole trasmettere spontaneità e freschezza, direi che è un disco da “buona la prima”.
Per la discografia moderna il “buona la prima” è una rarità.
Ha ragione, ma io volevo proprio un suono genuino. Non mi importa se a tratti è sporco e c’è qualche imperfezione: tanto la gente è abituata a giudicare anche le imperfezioni.
Progetti per il tour?
Sicuramente, ma non adesso. Vorrei proporre qualcosa di molto speciale, il live è la mia dimensione, ci tengo molto.
Ecco la saggezza di una trentenne.
Sto attraversando un buon momento e questo disco a mio avviso ne è la conferma. Sono molto serena infatti si dice che i trent’anni siano la stagione della “finitezza”.


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