di Valeria Morini

Un’intro eseguita con l’armonica, seguita da semplici parole d’amore “Love, love me do/ You know I love you/ I'll always be true/ So please, love me do/ Whoa, love me do”. Una canzone tutto sommato banale, se si pensa che la medesima band partorirà pochi anni dopo dischi-capolavoro come Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e il White Album.

Eppure, quando il 5 ottobre del 1962 il primo singolo dei Beatles si affacciò in classifica, si trattò di un’autentica rivoluzione musicale. Che cambiò una volta per sempre il modo di fruire la musica e pose le basi di quella che diventò in breve la beatlemania: frotte di adolescenti urlanti affollavano i locali in cui suonavano John, Paul, George e Ringo, trasformandoli nei primi veri idoli musicali (più ancora di Elvis Presley), icone in grado di influenzare la moda, le tendenze giovanili e l’intero mondo dello spettacolo. I Fab Four non si sono limitati a incidere canzoni immortali, ma, nello spazio di appena otto anni e tredici dischi, hanno fatto molto di più: hanno canonizzato la forma “concept album”, hanno fuso il pop e la psichedelica, hanno fatto cinema e politica, sono stati lo specchio di un’epoca. E, tuttora, sono la band più famosa e amata di sempre.

Non è un caso, probabilmente, che Love Me Do uscì proprio nel ottobre del ’62, lo stesso mese che visse due eventi storici come la crisi missilistica cubana e il Concilio Vaticano II. E non è un caso che, esattamente lo stesso giorno, ci fu la prima proiezione in Gran Bretagna di Agente 007 – Licenza di uccidere, che inaugurò l’altro fondamentale fenomeno di costume britannico, la saga di James Bond. Se gli anni 60 sono stati per antonomasia il decennio del rinnovamento, della rottura con il passato, della sperimentazione e delle rivoluzioni in tutti i campi (politico, sociale, cinematografico, artistico, musicale), i Beatles, più di chiunque altro, restano l’incarnazione perfetta di quest’epoca irripetibile.

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