di Valeria Morini

Ora più che mai avremmo bisogno di Joe Strummer. Perché, ne siamo certi, il leggendario frontman dei Clash sarebbe oggi a fianco degli indignados di tutto il mondo, a lottare per un futuro migliore e più equo. E ci farebbe ancora l’onore di calcare i palcoscenici, insegnando alle giovani band di oggi come si fa il rock puro e duro, quello che non scende a compromessi. A dieci anni esatti dalla sua prematura scomparsa, avvenuta il 22 dicembre 2002, lo spirito rivoluzionario punk di Strummer ci manca più che mai.

Nato John Graham Mellor nel 1952 ad Ankara, inizia a farsi chiamare Strummer (ovvero, strimpellatore) ai tempi della sua giovinezza inquieta vissuta sulle strade di Londra, un po’ squatter e un po’ Woody Guthrie, quando la passione per la musica – esplosa definitivamente, pare, dopo l’ascolto di Not Fade Away degli Stones - comincia a farsi necessità impellente. Joe manifesta uno spirito ribelle, frutto di un’infanzia passata prima in giro per il mondo (il padre era funzionario del Ministero degli Esteri) e poi tra i soffocanti muri di una rigida scuola privata britannica. Da allora, cresce il suo disprezzo per il potere e per il sistema, che viaggia di pari passo con una grande sensibilità nei confronti delle minoranze e delle disuguaglianze sociali: impossibile separare la figura dell’artista-profeta punk, da quella dell’uomo costantemente impegnato per tutta la vita a lottare contro le ingiustizie.

Band simbolo del punk insieme ai Sex Pistols, rispetto a questi ultimi i Clash sono durati più a lungo (cinque album incisi tra il 1976 e il 1985) e hanno sperimentato maggiormente, aprendosi alla contaminazione con generi come il reggae, il soul, il jazz. E, al nichilismo radicale e senza speranza dei Pistols, hanno sempre preferito la potenza di una testi impegnati, intrisi di un lucido messaggio politico contro il razzismo, le prevaricazioni e tutte le forme di fascismo: se Johnny Rotten cantava “no future”, per Joe “the future is unwritten”. Brani come London Calling, Should I Stay Or Should I Go, Police on My Back, Rock The Casbah e Bankrobber sono stati la soundtrack di un’intera generazione, una ventata di sana eversione che è andata al di là della breve stagione del british punk e delle effettive vendite degli album (il successo vero e proprio è arrivato solo con London Calling, ostinatamente venduto al prezzo di un singolo!).

Tramontata l’era Clash (a causa soprattutto dei litigi e del classico rapporto di amore-odio con il chitarrista Mick Jones), la successiva carriera di Joe Strummer è stata meno roboante, ma decisamente poliedrica: dopo aver affiancato i Pogues sui palchi del tour 1991-1992, fonda un’altra band nel 1995, i Mescaleros. Nel frattempo, dimostra buone doti recitative nei film Diritti all’inferno di Alex Cox e Mystery Train dell’amico Jim Jarmusch e scrive colonne sonore per pellicole come Sid & Nancy. Incide una cover sublime di Redemption Song di Bob Marley, sia con i Mescaleros che con un’altra leggenda della musica come Johnny Cash.  E quando una sconosciuta malformazione al cuore provoca l’infarto che ce lo porta via a soli 50 anni, viene da chiedersi se invece il suo destino non fosse già scritto da qualche parte.

Mentre lo spirito di Joe rivive in Strummerville, fondazione che aiuta le band emergenti (tra le recenti scoperte, gli oggi lanciatissimi Mumford & Sons), il modo migliore per ricordarlo è continuare ad ascoltare le sue canzoni. Vi offriamo alcuni video, a partire da White Riot, primo singolo dell’album d’esordio, The Clash. Un straordinario inno alla rivolta, composto dalla band dopo aver assistito in prima persona agli scontri tra la polizia e la popolazione di colore a Notting Hill nel 1976.



Impossibile poi non inserire London Calling, di cui vi proponiamo il celeberrimo video originale.



Chiudiamo con la sublime cover di Redemption Song di Bob Marley, realizzata con i Mescaleros per il disco Rock Art & The X-Ray Style. L’epitaffio perfetto di un grande artista.