di Camilla Sernagiotto

Se Beethoven avesse avuto un MacBook Pro a disposizione, forse ce l'avrebbe fatta a eguagliare Apparat.
Forse.

Più che Beethoven, l’unico nome dello Star System di compositori che potrebbe avvicinarsi all’universo di Sascha Ring alias Apparat è Gioacchino Rossini, che con quella sua fissa di martellare sulla stessa nota ha insegnato ai posteri una grande verità: un suono identico ripetuto ti provoca una catarsi da Nirvana assicurato, se non ti tira scemo prima.

E quello che l’enfant prodige & terrible ha offerto al pubblico dell’Auditorium di Milano la sera del 23 maggio è stato proprio questo: un Nirvana da brivido su un piatto d’argento.
Il piatto d’argento in questione è composto dall’eccezionale ensemble di polistrumentisti che hanno mirabilmente accompagnato i brani tratti dall’ultima fatica discografica, Krieg und Frieden (Music for Theatre), sonorizzazione per lo spettacolo teatrale di Guerra e pace.

Una perfetta musica per teatro non solo perché pensato per esso o perché la sonorità eccelsa di ogni pezzo si sposa perfettamente con l’acustica impeccabile dell’Auditorium, ma anche perché ogni traccia ha in sé una teatralità intrinseca: si tratta di una musica narrante tra le cui note s’intravede una trama, come se seguisse un rigido schema proppiano da fiaba.
Ma la teatralità è emersa anche dal live, che si è rivelato una vera e propria performance artistica, un happening nel quale l’hic et nunc (il qui e ora) hanno fatto da padroni di casa: nell’entourage di Apparat rientrano infatti due esperti di visual che hanno creato immagini visive sul palco rigorosamente a mano, utilizzando oggetti e sperimentazioni materiche.

Dunque musica che si tocca, si vede, si inala, si espira. E che sicuramente, chi ha assistito al miracolo sonoro targato Auditorium, ha sognato questa notte.
Trattasi infatti di armonie dal sapore onirico, ricche di melodie nebulose che si presterebbero perfettamente a diventare soundtrack di un film di Terrence Malick.

Un genere non per tutti, certamente, tuttavia anche i palati più Pop e meno elettro-sperimentali sono usciti soddisfatti grazie ai brani in cui la splendida voce di Apparat (che fa un baffo a Chris Martin) ha accompagnato le note dei suoi validi polistrumentisti.
Questi ultimi si sono dati un gran da fare sul palcoscenico, passando dai più tradizionali violini, contrabbassi, trombe, flauti e grancasse a strumenti di sperimentazione (la chitarra elettrica suonata con l’archetto da violoncello è uno dei loro escamotage acustici più gettonati) che hanno reso la sonorità di ogni canzone unica e inimitabile.