di Fabrizio Basso

Sarà banale ma chi non c'era ha sbagliato. Bruce Springsteen ha ipnotizzato San Siro con un concerto lungo tre ore e mezza, iniziato sotto un cielo sereno e chiuso in una notte stellata, tiepida, quasi sconosciuta in questo 2013. Era la sua quinta volta a Milano allo stadio, poi c'è ne sono state altre, tra teatri e Forum di Assago. Nel 2012 ha fatto il suo secondo concerto più lungo di sempre, ha sfiorato le quattro ore. A questo giro è rimasto indietro di una quindicina di minuti. Ma non se ne sarebbe mai andato da quel palco. Ha detto che lo stadio milanese è unico e i suoi 60mila amici lo hanno applaudito. Il concerto del 2003, sotto il diluvio, lo ricorda tutt'oggi come uno dei suoi cinque più belli di sempre. Un amore senza fine.

Chi scrive ha visto The Boss in concerto parecchie volte e in luoghi e situazioni differenti, lo ha incontrato e intervistato eppure ogni volta è come fosse la prima. Perché lui è speciale. Lui è the quiet american con la chitarra e l'armonica a bocca. Dove lo trovate un artista che si prende il treno da Padova a Milano e in stazione Centrale si mescola ai viaggiatori qualunque come un viaggiatore qualunque? Imparino i cantanti di casa nostra e di casa altrui, che non attraversano la strada senza le guardie del corpo: lui ha chiamato sul palco alcuni fan, a una ragazza ha fatto suonare la sua chitarra, una bambina se la è caricata sulle spalle. Esempi di (stra)ordinaria naturalezza.

Il 3 giugno 2013 resterà nella memoria. La serata si apre con Land of Hope and Dreams, poi arriva My Love Will Not Let You Down e lo stadio è già un catino ribollente. Il Boss si sposta da un estremo all'altro, allunga le braccia per prendere i cartelli con segnate le canzoni che i fan più voglio sentire. Concede American Land e Loose Ends. In mezzo ci mette Good Golly Miss Molly, una cover di Little Richard che non aveva mai fatto prima. Poi risalgono le gradinate Wrecking Ball, Death to My Hometown, Atlantic City e The River e quindi tutto Born in the U.S.A. con San Siro che diventa un coro immenso, ma ancora più immenso con No Surrender, Bobby Jean, Glory Days e Dancing in the Dark. Si marcia verso il finale, che sembra di toccarlo con mano ma dista ancora un'ora abbondante: arrivano Waitin' on a Sunny Day, The Rising e Badlands, Born to Run e Twist and Shout, cover dei The Top Notes. Si chiude con Shout, cover di The Isley Brothers, e uno stadio che balla. Lui è una maschera di sudore e di gioia. Il finale è da lonely man con Thunder Road: poi alza la chitarra verso il cielo, come fanno i cowboy, l'ultimo applauso, l'ultimo sorriso, si gira e come John Wayne se ne va verso una nuova avventura.