Con il pop elettronico di Walking on a Dream avevano ammaliato il mondo. Ora, a ben cinque anni di distanza, gli Empire of the Sun tornano con un nuovo disco intitolato Ice on the Dune, anticipato dal singolo Alive. L’ultimo lavoro di Luke Steele e Nick Littlemore è impermeato ancora una volta di colori e immaginazione. Ne abbiamo parlato con loro.

Avete lasciato passare un bel po’ di tempo prima di uscire con Ice on the Dune...
Non volevamo forzare le cose. Mettersi a fare un disco per noi è una cosa molto seria, non è qualcosa che si fa in una settimana.

C’entrano anche le aspettative dopo il successo di Walking on a Dream?
Dopo il successo del nostro esordio volevamo metterci alla prova come artisti, ma anche come band. Per noi una collaborazione come questa è tutto. Ci consideriamo due fratelli.

È cambiato il tipo di impegno, per questo secondo album?
Quando lavoravamo al primo disco, ci incontravamo e c’era un bang, magari in due ore veniva fuori qualcosa. Questa volta abbiamo dovuto lavorare più duro. Ci vuole fiducia, quando si lavora assieme, e noi questa fiducia l’abbiamo coltivata.



Per voi quanto è importante raccontare delle storie, con i vostri dischi?
I nostri lavori sono tutti fatti di singole canzoni, ma se le guardi da una prospettiva più ampia formano un tutt’uno organico, una vera e propria narrazione. Noi creiamo delle storie e le mandiamo in giro per il mondo, e quando finalmente ritornano sono arricchite di saggezza e conoscenza.

Per voi il formato album, quindi, rimane ancora fondamentale?
Sì, gli album hanno ancora il loro senso. Non siamo artisti da un singolo e via, come detto ci piace creare delle storie più ampie.

Questa vostra collaborazione è destinata a durare a lungo?
Chi lo sa. Potrebbe essere una trilogia, oppure una tetralogia. O perché no... un'infinitologia! Il centro del nostro progetto sono i sogni, e i sogni non hanno limiti, per cui potrebbe succedere qualsiasi cosa. È come l’Australia, da dove veniamo: non ha limiti.

L’Australia non è una terra popolosa, ma esporta molti musicisti...
Per gli australiani è un’esigenza lasciare l’Australia, perché lì fuori c’è così tanto da vedere, c’è tutto un mondo da cui in ogni caso noi siamo influenzati. Anche se poi torniamo, ci fa bene uscire di casa ogni tanto.

Avete un’immagine molto forte: in che modo si integra con la vostra musica?
Volevamo riportare l’audience a uno stato di ascolto, e per noi la musica è colore, immaginazione. Per cui è naturale presentarci in questo modo.

E crearvi dei personaggi serve a incuriosire il pubblico?
Quando eravamo ragazzi noi, i musicisti erano dei campioni, degli eroi immaginari. E noi sognavamo di diventare come loro. Oggi invece sappiamo tutto dei musicisti, non c’è più mistero e questo è molto triste.