Guida tv - Scopri quando va in onda la serie Il mostro di Firenze

di Laura Spina

La storia inquietante e tragica del mostro di Firenze è iniziata alla fine degli anni Sessanta ed è ancora una ferita aperta per la gente del posto e per il nostro Paese. Forse perché non tutti i nodi sono stati sciolti, e la morte di Pietro Pacciani, indiziato chiave di tutti i duplici omicidi, ha complicato le indagini. Per la prima volta nella storia della televisione, una serie tv ripercorre tutte le tappe di questo terribile fatto di cronaca raccontandolo attraverso gli occhi del padre di Pia Rontini, una delle ultime vittime, interpretato da un eccezionale Ennio Fantastichini.

Come e perché è nato il progetto di una fiction tv sulla vicenda del mostro di Firenze?
«Questo è un tema shakespeariano per la sua universalità. Un argomento che tocca tutti, perché ognuno di noi può essere colpito da un dramma simile. E considerando le tante oscure storie di questo Paese, credo ci sia anche una sorta di vocazione al mistero».
Quanto è stato coinvolto nella lavorazione?
«Sono stato contattato quando la sceneggiatura era già in piedi. Quel che mi ha colpito di più del lavoro degli autori, che poi sono gli stessi ragazzi di Romanzo Criminale - La serie, è stata l’idea di voler restituire all’immaginario popolare una parte della storia che è rimasta in secondo piano: la fatalità di questo dramma, la sua casualità, paradossalmente. Una sera sei a cena con tua figlia e il giorno dopo lei non c’è più. Può succedere a chiunque di noi. Non si dovrebbe sopravvivere ai propri figli, ma purtroppo non è sempre così».
Renzo Rontini ha dedicato la sua vita alla ricerca dell’omicida di sua figlia. Come si è preparato a questo ruolo?
«Renzo è stato colpito da un dramma così sconvolgente da modificare la sua esistenza. La sua quotidianità è stata del tutto rovesciata, tanto che scoprire chi ha ucciso sua figlia diventa per lui un’ossessione. Ogni genitore a cui viene strappato un figlio in quel modo brutale reagirebbe così. Io sono padre e sono riuscito a sentire quell’ossessione, a capire quest’uomo che si è accanito nella ricerca della verità. Ho condiviso con Renzo l’incomprensione di una società civile che, ipocritamente, condannava le vittime per essersi appartate in un’auto. E pensando alle sue notti insonni, a tutte le cose che per lui hanno perso via via importanza, ho cercato di raccontare tutto il dolore di Renzo, il vuoto che ha sentito la mattina dopo l’omicidio, il peso dell’assenza di Pia».
So che ha preso lezioni di toscano da Giacomo Carolei, l’interprete del fidanzato di sua figlia.
«Sì, era il mio primo ruolo in toscano ed è stato molto impegnativo. Giacomo, Tiziana (Di Marco, che interpreta Pia Rontini, ndr), la costumista sono stati i miei coach, mi hanno aiutato a sentirmi vicino a Renzo anche linguisticamente. Mi preoccupo sempre dell’accento e del contesto dei miei personaggi, ritengo sia molto importante per un Paese che ha un’identità linguistica così variegata».
C’è stato, per lei, un momento difficile o emotivamente intenso durante le riprese ?
«In realtà, tutta la serie è stata faticosa, perché la storia è raccontata, secondo me con una scelta intelligente, dal punto di vista di Renzo. La vicenda giudiziaria è di contorno: si predilige la normale quotidianità di questa famiglia che, a un certo punto, viene spezzata dall’uccisione della figlia. Forse il momento emotivo più intenso è stato il funerale di Pia. Tra le comparse c’era anche qualcuno che aveva conosciuto Renzo: rivivere quei momenti di fronte alla bara bianca è stato molto forte».
Come hanno reagito le persone del posto, gli amici e i parenti delle vittime? Che atmosfera c’era durante le riprese?
«Mentre eravamo a Firenze per girare è accaduto quel fatto terribile; un ragazzo ha ucciso la fidanzata e poi si è tolto la vita. La scena del delitto ha riportato alla mente la vicenda del mostro e in città serpeggiava l’ansia che fosse tornato. Un’ansia che ho sentito anche mentre giravamo e che Renzo ha subìto, a suo tempo, tanto che i suoi tentativi di mettere in piedi un’associazione delle vittime hanno cozzato contro una dura omertà. Non dimentichiamoci che il moralismo di quegli anni aveva prodotto un giudizio nei confronti di questi fidanzati che si appartavano nelle stradine di campagna. C’è una frase di Renzo, esasperato da questo atteggiamento, molto significativa: “Ma in fondo questi ragazzi che facevano di male? Si amavano! E questo è un peccato per la nostra società?”».
Crede che la fiction possa essere uno strumento sociale e servire da memoria storica?
«Con il nostro lavoro non possiamo certo dare delle risposte o delle soluzioni, ma possiamo rimettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la nostra Storia. Alla base di questi progetti c’è un interesse documentale e, insieme, un tentativo di spazzare via le nebbie da queste oscure storie».
Ora sta girando Mine vaganti, l’ultimo film di Özpetek. Lei passa con scioltezza dal cinema alla tv.
«Faccio questo lavoro da quasi 40 anni, ho cominciato dal teatro e ho dato il massimo in qualunque progetto. Magari a volte i tempi di lavorazione sono lievemente più confortevoli, se di comfort si può parlare nel mio mestiere, mentre in altri casi i ritmi sono più sostenuti, come ne Il mostro di Firenze. Questo discorso, però, non è sempre legato al tempo e agli sforzi che si fanno: la condizione più importante è quella del clima sul set. Lavorare con Antonello Grimaldi, con cui non avevo mai avuto il piacere di girare, è stato davvero stimolante. Sul set c’erano la netta sensazione di voler andare tutti nella stessa direzione, un grande affiatamento e una forte condivisione ideologica della ricerca della verità. Perché in questo Paese a volte ci si indigna troppo poco. E non bisogna mai smettere di indignarsi».

L'articolo è stata pubblicato sul numero di novembre di SKYlife. Per riceverlo a casa registrati