Un tempo ad Hollywood l’orchestra era la norma e persino il Jazz faticava ad essere accettato nelle colonne sonore. Poi arrivò quel genio di Henry Mancini che nel 1958, alla prima collaborazione con Blake Edwards, creò la sigla del serial Tv Peter Gunn. Da allora il piccolo schermo non ha smesso d’essere palestra per la sperimentazione musicale e di regalarci sigle indimenticabili. Prima con un uso più contemporaneo dell’orchestra, come per Attenti a Quei Due, del 1970 e Kojak, del 1974. Poi con la contaminazione non solo più solo Jazz ma anche Funky e Disco, come in Stusky e Hutch, del 1975.

Certo, l’epoca delle sigle coi brani melodici “tormentone” non è mai tramontata: da Happy Days
a Saranno Famosi  a Friends. Così come per le versioni italiane delle fortunate sigle di Mork e Mindy e Hazzard. Però è sul fronte dell’elettronica che arrivano le maggiori innovazioni, già a partire dal lavoro di Jan Hammer in Miami Vice, del 1984. Suoni sintetizzati e ricorso sempre maggiore all’elaborazione grafica  sono il segno delle sigle delle serie  Tv più “avanti” degli anni ’90, firmate da Mark Snow per X-Files e da James Newton Howard per E.R.  Ma il punto di svolta per le nuove generazione di video-compositori arriva con American Beauty di Thomas Newmann. Forse senza il suo algido minimalismo elettronico  difficilmente ci saremmo potuti avvicinare tanto al mondo senza emozioni di Dexter, o alla quotidianità funeraria di Six Feet Under. La nuova veste grafico-musicale lascia il segno ed evidentemente, sembra particolarmente adatta ai  serial medicali, dato che ci si muovono a loro agio anche il Dr. House e Grey’s Anatomy.

Ma dal minimalismo passiamo poi alla scomparsa della sigla. Infatti le serie Tv al più alto tasso di innovazione del decennio, 24 e Lost, si caratterizzano per la quasi assenza di sigla, ridotta a una scritta in grafica supportata da effetti sonori. Il grande lavoro dei compositori, Sean Calleny e Michael Giacchino, si sposta così all’interno della narrazione, quasi un “sound-design”, dove un ritorno alla composizione sinfonica dialoga non solo con le emozioni ma anche con gli ambienti e i rumori di scena. Tutto molto bello. Se non fosse che così si rischia di non avere neanche più il tempo di aggiustarsi sul divano che la storia è incominciata... Ridateci la sigla!