Complice una crisi globale che ha minato quella che è sempre stata la massima certezza della società occidentale – ovvero che le generazioni successive avranno una vita migliore di quelle che le hanno precedute, è il progresso baby! –, la tv non ha potuto fare altro che prendere atto della situazione e cercare di analizzare questi stravolgimenti che hanno investito non solo l'economia, ma anche la società, e di rimando il singolo.E quale decennio migliore se non quello che va dal 1960 al 1969? Un periodo così ricco di novità, cambiamenti, e appunto stravolgimenti, a livello economico (il boom), sociale (le contestazioni studentesche, il femminismo, Martin Luther King, il muro di Berlino, la presidenza Kennedy, la liberazione sessuale, e mille altre cose) e a livello personale (i nuovi ruoli familiari, il divorzio). Il mondo cambia, e il singolo è obbligato a prenderne atto e ad adeguarsi, non senza qualche difficoltà. C'era bisogno di flessibilità e adattamento negli anni 60 come ce n'è bisogno oggi, dunque.

Le “serie vintage” funzionano se sanno cogliere lo spirito del tempo in cui sono prodotte. Mad Men ha successo non solo perchè è una serie scritta, recitata e girata in modo superlativo, ma perchè mentre racconta le (dis)avventure di Don Draper e degli altri personaggi non fa nient'altro che parlare della condizione dell'uomo e della donna contemporanea, scissi tra quello che vorrebbero essere e quello che la società e la cultura impone loro di essere. Mad Men è un grande racconto sulla ricerca della felicità, che però non potrà mai essere raggiunta. Mad Men è tragico nel senso letterale del termine: i personaggi camminano sempre sul filo del rasoio, cercano di mantenere lo status quo, ma non possono evitare di essere investiti dal cambiamento. A pagare il prezzo più alto sono senza dubbio gli uomini, mentre le donne riescono pian piano ad afferrare le novità e a farle proprie. Emblematiche le figure di Peggy Olson e Betty Draper: la prima è l'emblema di una nuova generazione, mentre la seconda è l'incarnazione del libro della femminista Betty Friedan, La Mistica Della Femminilità, uscito appunto nel 1963.

The Playboy Club, serie targata NBC, andata in onda quest'anno e cancellata dopo solo tre episodi, è ambientata nello stesso periodo di Mad Men, ma non ha avuto la stessa fortuna, nonostante l'appeal delle conigliette, che nelle intenzioni dei produttori avrebbero dovuto rappresentare l'emancipazione femminile da un nuovo punto di vista, forse un po' troppo audace e portatore di prevedibili polemiche.

Ed è proprio l'emancipazione femminile una delle tematiche che fanno da sottofondo a Pan Am, altra serie vintage che ha debuttato lo scorso settembre sul canale ABC e che a breve sarà trasmessa in Italia sul canale Fox. Le quattro protagoniste – Kate, Maggie, Laura e Colette, che sembrano quasi le “antenate” delle ragazze di Sex & The City – sono hostess della compagnia Pan American World Airways: giovani, carine, occupatissime e impegnate a raggiungere i loro obiettivi e a vivere la vita senza farsi frenare dalle imposizioni sociali e culturali. Pan Am trasuda nostalgia per un periodo d'oro per gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo, attraverso le storie private delle protagoniste che s' intrecciano con la Storia, la guerra fredda e l'assassinio di Kennedy, guarda anche a un futuro nuovo e per cui vale la pena rischiare e mettersi in gioco. Come recita la voce over alla fine del primo episodio in riferimento alle ragazze: “Loro non sanno di appartenere a un' altra generazione di donne. Hanno solo sentito l' impulso.