di Marco Agustoni

Dimenticatevi del simpatico Will Truman, perché Eric McCormack, l'attore che lo interpretava nella sitcom Will & Grace, ha voltato pagina da tempo e nonostante l'affetto per il suo personaggio si è dato da fare per far capire ai suoi fan che è giunto il momento di qualcosa di completamente diverso. Quel qualcosa è Perception, serie tv che partirà su Fox (canale 111 di Sky) mercoledì 28 novembre alle 21 e che segue le vicende del dottor Daniel Pierce, un neuroscienziato affetto da gravi disturbi psichici, che viene però coinvolto nelle indagini dell'FBI grazie alla sua mente brillante. Per farvi arrivare preparati a questo appuntamento, abbiamo deciso di scambiare due chiacchiere con Eric: ecco l'intervista.

Nel frattempo hai fatto moltissime cose, ma è stato difficile passare da Will Truman al dottor Daniel Pierce?
Più che per me, credo che sia difficile per il pubblico, perché mi ha visto nei panni di Will Truman per così tanto tempo da far fatica ad accettarmi in un altro ruolo. Ma per quanto mi riguarda non sono Will da anni e come hai detto ho fatto molto altro nel frattempo. Anzi, si può dire che in questo tempo io abbia lavorato proprio in questo senso, ho scelto di proposito ruoli molto diversi da quello per abituare le persone al fatto che posso essere molto altro oltre a Will.

Ti consideri più un tipo da commedia o da dramma/azione?
Sono sempre stato molto naif da questo punto di vista, non mi sono messo lì a tavolino pensando di specializzarmi in un determinato genere. Mi sono buttato in questa carriera sperando di riuscire a fare un po' di tutto.

Passiamo a Perception e all'idea alla base dello show: perché mai l'FBI dovrebbe voler collaborare con un dottore paranoico e schizofrenico?
In effetti è una domanda importante. In realtà la maggior parte di quelli che lavorano per l'FBI ignora la sua condizione clinica. È un neuroscienziato di grande fama, è un esperto nel suo campo e ha scritto molti libri. L'agente Kate Moretti, che prima era una sua studentessa, conosce i suoi problemi, ma allo stesso tempo è convinta che valga la pena affrontare il rischio di coinvolgerlo nelle operazioni dell'FBI. Anche se forse non capisce da subito quanto in effetti sia disturbato Pierce, ma non voglio anticipare niente ai vostri lettori...

È stata una sfida interpretare un personaggio con disturbi mentali?

Sì, certamente. E volevo essere sicuro di affrontare questo lavoro con il massimo rispetto nei confronti di chi soffre di queste problematiche. Ho fatto tantissime ricerche e ho parlato con neuroscienziati ed esperti di malattie mentali.

Nelle serie tv ci sono molti personaggi nevrotici o psicotici - penso a Claire Danes in Homeland o a dr. House - che sono diventati dei beniamini del pubblico: secondo te come mai godono di questo successo?

Fino a non molto tempo fa gli eroi della televisione erano semplici, non avevano tante sfaccettature. Ma il pubblico di oggi ha visto tantissimi show, è più sofisticato e preferisce dei personaggi problematici e imperfetti, in cui si possa riconoscere o nei confronti dei quali possa quantomeno provare empatia.

L'idea di un esterno che viene introdotto nella polizia o nell'FBI - come ad esempio il truffatore Neal Caffrey in White Collar oppure lo scrittore Richard Castle in Castle - è stata utilizzata in più serie tv e sembra sempre funzionare bene...
Sì, perché questi personaggi, come anche il dr. Pierce, aggiungono un punto di vista differente, magari anche ingenuo, alle attività investigative della polizia, dell'FBI e via dicendo. Anche se nel caso di Perception il punto centrale non è costituito dai casi da risolvere, ma dal modo in cui un personaggio, un personaggio affetto da schizofrenia, vede il mondo. Questo è il vero motore narrativo dello show.

L'aspetto del lavorare in Perception che ti è piaciuto di più?
Ho amato molto interpretare un personaggio del tutto imprevedibile. Non segue nessun protocollo, può essere molto brillante nella sua professione, ma allo stesso tempo fuori luogo in situazioni sociali. Ha scatti di rabbia, può essere arrogante, oppure goffo... Insomma, non mi sono mai annoiato a interpretarlo!

Cinema, tv e teatro: so che hai fatto tutti e tre. Se dovessi sceglierne solo uno?
Mi è piaciuto moltissimo fare tutte queste cose, ma se proprio dovessi sceglierne una, direi la televisione. Il bello delle serie tv è che ti trovi a lavorare su un personaggio e assieme ad altre persone per lungo tempo, quindi si creano dei legami, il pubblico si affeziona e c'è la possibilità di crescere molto da un punto di vista professionale. In più, mentre in una produzione cinematografica sai già come andrà a finire, in tv anche da attore scopri cosa succederà solo col tempo.