di Matteo Mazzuca

Si dice che la perfezione non esista, che non sia di questo mondo. Persino la blue meth prodotta da Walter White non è mai andata oltre un tasso di purezza del 99%. Probabilmente Vince Gilligan, lo showrunner di Breaking Bad, assegnerebbe lo stesso punteggio alla serie da lui creata.

E peccherebbe di modestia.

Domenica 29 settembre si è consumato sugli schermi statunitensi della AMC l’ultimo atto di quella che è probabilmente la più grande serie televisiva di tutti i tempi. Felina era il titolo della puntata, un titolo che poteva essere letto in tanti modi diversi. Come semplice anagramma di finale, come combinazione dei tre elementi chimici alla base di lacrime, sangue e metanfetamine o, più correttamente, come riferimento a una ballata western firmata da Marty Robbins, El Paso. Probabilmente, tutte e tre le cose insieme, perché in Breaking Bad nulla è mai stato lasciato al caso, mai.

Sembra strano dirlo, per una serie che ha fatto del caos un elemento chiave. Ma, un po’ come per il principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui non è possibile stabilire nello stesso momento posizione e velocità di un elettrone, allo stesso modo in Breaking Bad è difficilissimo capire dove iniziano le colpe di Walt e quanto invece sia dovuto ai colpi di coda del Fato.

Certo, nessun dubbio che gli scrupoli morali di Mister White scivolino inesorabilmente lungo rivoli di metilammina striata di sangue, mentre i fumi tossici lo portano in alto nell’empireo del mondo criminale.

Sul tema della responsabilità personale Vince Gilligan è sempre stato molto chiaro: le azioni hanno delle conseguenze, sempre.  A ogni azione corrisponde una reazione, a ogni mossa una contromossa.

E in fondo Breaking Bad è anche questo, una paziente partita a scacchi lunga 62 episodi, durante la quale Vince e la sua squadra hanno studiato ogni mossa con attenzione.

Nessuna scappatoia dalla scacchiera, nessuna via di fuga. I pezzi in gioco sono sempre stati gli stessi, fin dall’inizio. L’unica variabile impazzita, imprevedibile (Heisenberg, per l’appunto), forte di un feroce e razionalissimo istinto di sopravvivenza, era lui, il Re Bianco che ha deciso di lastricare di cristalli blu la sua strada per l’inferno.

Difficile lasciare andare Walt dopo tutto questo tempo. Dalla prima infornata di metanfetamine cucinata in un camper sperduto tra il deserto e i cieli del New Mexico, fino alle devastanti rese dei conti della quinta stagione, passando dal volo 737, da Gus Fring e altri momenti indimenticabili che trovano un culmine irraggiungibile in Ozymandias.

Il series finale vero e proprio, d’altronde, è una summa spettacolare di tutti gli elementi che ci hanno fatto amare Breaking Bad fin dal primo momento. Una sceneggiatura misurata, calibrata come un ordigno che non si sa come e quando esploderà, esaltata da una regia sempre originale nello scovare rime visive e punti di vista inediti, fino alla perfetta orchestrazione della colonna sonora, ricca di brani originali e non.

L’imprevedibile lascia il passo all’ineluttabile, i flashforward mettono un punto fermo alle vicende del professore di chimica col superpotere della bugia e ci fanno trepidare in attesa di finali tragici e epiloghi epici.

Mentre le ultime immagini di colui che bussa, the one who knocks, ci scorrono davanti agli occhi, all’improvviso proviamo un fremito che sa di certezza, la sensazione di aver assistito a uno spettacolo che, come pochissimi altri nella storia delle sette arti, è riuscito a raccontare gli abissi e le vette dell’animo umano e il suo rovinoso desiderio d’immortalità e onnipotenza.

Say my name, ordinava il Re che tutti acclamavano, di’ il mio nome, ma non ce n’è più bisogno.

Breaking Bad è Storia, Heisenberg è leggenda.