Si chiama Empire ed è una serie che arriva da Oltreoceano. Arriva su Fox alle ore 21.50 del 3 marzo ed è ambientata nel mondo dell'hip hop. Racconta di Lucious Lyon, capo di un impero discografico, che scopre di avere una malattia che non lascia scampo. Ora deve scegliere a quale dei suoi figli lasciare lo scettro del comando. Ne parliamo con saint, giovane rapper romano appena uscito col suo mixtape Halleluja e grande fan di Empire.

Saint partiamo da Empire?

Volentieri. E' una serie che attendo con ansia, mi sono documentato in rete.
Che idea se ne è fatto?
Che il rap sa anche fare del bene, sa toccare corde di grande sensibilità. Sa affrontare la malattia con giusto metodo.
Può essere disturbante?
Non credo. Anzi sensibilizza verso una patologia degenerativa che porta non poche complicazioni all'esistenza. Innesca sensazioni positive.
E' forte?
Sicuramente di impatto, ma sono certo che il messagio che lancia arriverà in molte case, anche in quelle dove il rap è visto ancora con diffidenza.
La quotidianità è protagonista anche del suo mixtape Halleluja.
La anticipo: non sono scaramantico.
Scusi?
molti dicono che sono temerario ha scegliere 17 tracce...noi ci abbiamo giocato col numero.
Cosa racconta?
La mia vita, 17 esperienze dalla mia aolescenza a oggi.
Quindi ci sono anche canzoni vecchie.

Le più stagionate hanno cinque anni.
Fa parte di una crew?
Ne sono stato membro e Halleluja in qualche modo ne è figlio però in futuro voglio correre da solo.A cosa ambisce?
A correre da solo, a essere solista.
Stato di salute del rap romano?
Direi una marcia in più rispetto alla media nazionale.
Però i big vengono da altrove.
Lo so, lo vedo. Forse perché Roma non è la capitale della musica. Ma il rap della capitale è figo. Per fare una parafrasi a Roma ci sono i piloti ma mancano auto competitive.
I rapper sono i nuovi cantautori?
Certo. Raccontano la società splendidamente e con realismo. Racconta i disagi, arriva ormai anche agli adulti. Il rap è il punto di incontro tra uno autore e chi lo ascolta.
Ha un rapper di riferimento?
Sono per gli americani, cito Pusha T. Ne studio i testi, le sequenze...è un mito.
E in Italia?
Non mi schiero.
Perché?
In primis verrei bollato e poi i featuring, anche quelli più pop, devono nascere per spontaneità e non per condizionamento.