di Francesco Chignola e David Saltuari

Lo scorso 5 febbraio il senatore della Repubblica Gianpiero D'Alia presenta un emendamento al decreto sicurezza, successivamente approvato, denominato "Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecitecompiuta a mezzo internet". Dietro questo titolo così lungo, si nasconde una norma che, in caso di uno dei contenuti incriminati, potrebbe prevedere l'oscuramento di portali come YouTube o Facebook da parte delle aziende telefoniche che forniscono il servizio di connessione. Il provvedimento, nato sull'onda dell'eco dei gruppi di Facebook a favore di Riina o degli stupri, ha fatto storcere il naso a molti. Sotto accusa infatti è la scarsa conoscenza delle dinamiche e al funzionamento della rete da parte della classe politica, oltre a quello che sembra un pesante attacco alla libertà d'espressione. Da un lato viene investito dell'obbligo di controllare i contenuti in rete il provider che fornisce la connessione alla rete (che in questo caso è l'ultimo che andrebbe chiamato in causa), dall'altra si dà al governo un potere d'intervento che spetterebbe alla magistratura. Quello che si dice è che l'apologia di reato esiste già e se io apro un gruppo su Facebook per incitare un reato posso venire perseguito già ora dalla magistratura. Questo emendamento, però, potrebbe permettere al governo di oscurare tutta la piattaforma che ospita il mio gruppo, prima ancora che ci sia una sentenza da parte del tribunale.

Qualche giorno dopo la presentazione dell'emendamento, il giornalista de L'Espresso Alessandro Gilioli ha intervistato telefonicamente il senatore D'Alia per accertarsi della reale volontà del legislatore., pubblicando l'intervista sul suo blog

La notizia fa presto il giro della rete e le risposte di D'Alia provocano una serie di reazioni sui siti web e sui blog. Il sito della Fondazione Daje fa subito un primo riassunto con le varie reazioni: Elvira Berlingieri su Apogeonline analizza il decreto da un punto di vista giuridico, facendo un attento fact check e Vittorio Zambardino, direttore di Kataweb, riporta le reazioni di Facebook ("sarebbe come chiudere tutta la rete ferroviaria per un graffito sconveniente in una stazione"). Anche gli esperti del web italiani restano abbastanza sconcertati: i Maestrini per caso (Luca Vanzella e Mafe de Baggis) si augurano, se il decreto diventasse realtà, almeno un aumento della consapevolezza da parte degli utenti. Marco Montemagno si dice indignato per la poca conoscenza delle dinamiche della rete da parte della classe politica italiana. E se n'è parlato anche sul blog di Antonio Di Pietro con un post dal titolo "Internet in Italia: come Cina e Birmania".

Anche Youtube e Facebook si sono fatti sentire. Per la piattaforma di video sharing, ha risposto Marco Pancini, responsabile per le relazioni istituzionali di Google in Italia, intervistato da Vittorio Zambardino. La reazione del celebre sito di social networking è presente in un articolo del sito Bloomberg.com, intitolato "Facebook dice che il piano dell'Italia per bloccare i contenuti web è andato troppo in là".  E non se n'è parlato infatti soltanto in Italia. Tant'è che The Business Insider ha pubblicato al fatto un agguerrito articolo intitolato "L'italia prende in considerazione di bandire a livello nazionale Facebook e Youtube pianificando un ritorno al Medioevo".  

Ovviamente il senatore D'Alia ha risposto alle polemiche con una lettera pubblicata proprio da Vittorio Zambardino, in cui si legge che "si tratta di uno strumento operativo non generalizzato, che vuole colpire le singole condotte illecite e non certo cancellare dalla rete Facebook o YouTube". Ma la polemica non si placa, tanto che il collega di D'Alia, il deputato del PDL Roberto Cassinelli decide di intervenire con un emendamento che annulli o attenui quello di D'Alia. Il secondo però è già approvato al senato, mentre quello di Cassinelli deve ancora passare il vaglio della camera. Noi comunque continueremo a tenervi informati.


Il testo del decreto è disponibile sul sito del Senato della Repubblica. Qui sotto invece l'intervista di Alessandro Gilioli al senatore D'Alia.