di Francesco Chignola

Per chi ama la musica, di qualunque genere sia, non c'è al mondo un sito come Lastfm. Fondato nel 2002 nel Regno Unito, e acquisito dalla CBS Interactive nel 2007 al prezzo di 140 milioni di sterline, il sito è la più grossa piattaforma di social networking dedicata alla musica. Ma quello che è stato per anni un paradiso felice dove era possibile ascoltare musica senza tirar fuori un euro, potrebbe presto cambiare.

Cos'è Lastfm? Popolato da circa 30 milioni di utenti, il sito è basato sull'idea della creazione del proprio "profilo musicale". A partire dai propri ascolti. Come funziona? Attraverso un sistema chiamato "scrobbling": basta installare un piccolo software che analizza e registra le canzoni ascoltate (per esempio, su programmi come iTunes). Creando un profilo, e quindi una serie potenzialmente infinita di consigli a esso legati.

Ma non solo: Lastfm permette di creare un'agenda degli eventi musicali a cui si parteciperà, di condividere la propria presenza, e, per esempio, condividere le proprie foto o i propri commenti - così come si può commentare ogni singolo album o canzone. Ognuna delle quali è presente in una preview di 30 secondi: ma molte sono le canzoni ascoltabili e scaricabili. E come sempre accade, il lato "social" è tra i più importanti: il sito permette infatti di confrontare il proprio profilo con quello degli altri, trovando immediatamente gli utenti più affini ai propri gusti.

Ma ciò che attrae la maggior parte degli utenti su Lastfm sono le "radio", tra virgolette. Tramite il sito oppure con un software gratuito, la piattaforma permette di ascoltare gratuitamente (anche se solo in riproduzione random, ovvero casuale) una quantità sterminata di canzoni sulla base della "somiglianza" con altri artisti oppure sui "tag", le etichette che gli utenti stessi hanno posto sulle canzoni. O meglio, permetteva.

Infatti a metà marzo il sito ha annunciato che da fine mese il servizio sarebbe stato a pagamento per tutti gli utenti esclusi Regno Unito, USA e Germania - ovvero il grosso delle utenze. Perché? Troppe pressioni dalle case discografiche, e pochi soldi che girano. Tre euro al mese, il costo dell'iscrizione. Tre euro all'improvviso sembravano tremila se confrontate con la gratuità, e la polemica si è diffusa a macchia d'olio nella rete entro poche ore. Così, lo staff ha fatto marcia indietro: le radio si possono ancora ascoltare gratis. Per ora.



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