di Alessandra Carboni

"Fino a dove sei disposto a spingerti per amore?". E' questo il tema attorno al quale si snoda la trama dell'ultima fatica di David Cage - game designer fondatore della casa di produzione francese Quantic Dream e già creatore di titoli cult come Fahrenheit e Omikron. Parliamo di Heavy Rain, a metà strada tra film e videogioco, arrivato infine sul mercato (in esclusiva per PS3) dopo 18 mesi di lavorazione e centinaia di provini per selezionare gli attori reali che tramite riprese e tecnologie di motion capture hanno prestato volto e movenze ai corpi in 3D.

Ambientata nella piovosa città di Philadelphia, la storia ruota attorno ai quattro personaggi principali dei quali il giocatore - attraverso le proprie scelte - deve delineare la sorte, conducendoli alla ricerca del "killer dell'origami", le cui vittime sono i bambini. Già dalle scene iniziali, nell'intensa lentezza del prologo che introduce al dramma centrale della narrazione e ai suoi protagonisti principali, Cage ci fa arrivare un primo, importante messaggio: hai (quasi) sempre delle alternative, puoi decidere cosa fare, non sei obbligato a prendere una strada piuttosto che un'altra, ma qualsiasi scelta farai determinerà delle conseguenze. E le dovrai accettare, perché (esattamente come nella vita) non potrai tornare indietro. La storia infatti va avanti anche se uno dei personaggi muore: procede inesorabile, ma prende direzioni diverse e vede le relazioni tra i personaggi modificarsi a seconda delle scelte effettuate da chi impugna il controller. Così, pur se entro i limiti invisibili di un percorso definito, ogni giocatore è regista inconsapevole, capace di influenzare il destino dei protagonisti via via che li accompagna lungo il cammino che lo porterà a scoprire l'assassino (che è uno, e uno soltanto), in uno dei tanti finali previsti per la storia.

Proprio questa struttura, che prevede diversi livelli di conseguenze per ciascuna delle azioni intraprese (da cui la capacità di modificare anche radicalmente le storie dei personaggi), è una delle caratteristiche principali di Heavy Rain, come pure l'impossibilità di "riavvolgere il nastro" per tornare indietro e riparare a un errore o a una scelta sbagliata. Una limitazione, quest'ultima, da cui nasce la necessità - da parte del "giocatore-regista" - di riflettere e assumersi la responsabilità delle proprie azioni nonché degli esiti che esse avranno. Così, attraverso questo meccanismo, chi si confronta con l'avventura narrativa di Heavy Rain si ritrova presto coinvolto nella storia, si affeziona e immedesima nei protagonisti, condividendone le emozioni.

Definire Heavy Rain semplicemente come un nuovo gioco, ancorché innovativo e originalissimo, è ingeneroso. Come ha spiegato lo stesso Cage, nelle intenzioni degli sviluppatori vi è stata fin dall'inizio l'intenzione di creare un nuovo format, ossia "un linguaggio da utilizzare per dire tante cose" in campi diversi, come per esempio nel cinema, nella narrativa per bambini o nei fumetti, e di sicuro il risultato è un primo passo verso la definizione di un nuovo livello di interazione tra giocatore e avventura narrativa videoludica, in cui si supera la meccanicità dell'azione e la ripetizione delle mosse, con indubbio accrescimento della consapevolezza e dell'esperienza di "gioco".


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