di Federico Guerrini

Un lavoro, un’automobile, un tetto, non sono cose scontate; e lo sono sempre meno in tempi di crisi economica. Chi è più fortunato però, spesso non si rende conto di quello che ha. E gli riesce più facile compiangere o, peggio, disprezzare chi si arrabatta per arrivare a fine mese, invece di cercare di mettersi nei suoi panni.  Un atteggiamento che forse potrebbe cambiare dopo aver passato qualche ora a giocare a “Spent”, un nuovo videogame ideato dall’agenzia McKinney in partnership con l’Ong no-profit americana “Urban Ministries of Durham”, che si occupa di ricovero e assistenza per gli homeless.

Il gioco prende il via da un punto di passaggio traumatico (un divorzio, una malattia), come spesso accade a chi poi diventa un senza tetto: i risparmi di una vita sono andati bruciati, e con essi la propria abitazione. Con mille dollari ancora da parte, e un figlio sulle spalle bisogna far quadrare i conti almeno per un mese, pagando l’affitto di una casa, facendo la spesa, comprando i vestiti e pagando le tasse.

La vita diventa così una serie di scelte, spesso dolorose. Se si decide di pagare l’assicurazione sanitaria o quella dell’auto, gran parte dello stipendio racimolato una volta trovato un lavoro come impiegato, cameriere o magazziniere, svanisce. La gita scolastica del pargolo o stare assente un giorno per malattia diventano lussi che non ci si può permettere. A ogni risoluzione il software fa seguire un commento, mirato a porre la questione nel suo giusto contesto; si apprende ad esempio, che più di 40 milioni di americani non hanno diritto a un giorno di malattia pagato e che per oltre 12 milioni di americani, il costo dell’affitto si porta via più del 30 % del reddito. Tutti i dati sono tratti da fonti statistiche ufficiali.

Giocando, inoltre, ci si rende conto dell’importanza che può assumere la presenza di una rete di affetti che può venire incontro con piccoli favori, come l’elargizione di un piccolo prestito o la disponibilità a badare al figlio ammalato mentre si è al lavoro. Qui, gli ideatori del programma hanno avuto l’idea brillante di mescolare finzione e realtà: l’utente può chiedere ai suoi amici su Facebook, che vengono invitati a condividere a loro volta il gioco con i propri contatti. In questo modo, Spent si diffonde in maniera virale, utilizzando il passaparola tipico del social network.

Lo scopo è sensibilizzare quante più persone possibile. “Visto che ci sono così tante persone che spendono milioni di ore a costruire fattorie virtuali, ci siamo detti: perché non metterle davanti a un problema vero, come quello degli homeless, che ci riguarda tutti? Mentre i giocatori lottano per restare a galla – spiega il direttore esecutivo dell’associazione, Patrice Nelson – speriamo che possano comprendere meglio le realtà che devono affrontare molte delle persone e delle famiglie che assistiamo”.

Nulla di nuovo, in fondo: il gioco ha sempre avuto una funzione educativa. Le nuove tecnologie e l’accesso di una parte sempre maggiore della popolazione alla Rete, hanno però dato una dimensione diversa a questo fenomeno. Oltre a Spent, esistono tantissimi altri videogame a sfondo sociale , molti dei quali focalizzati sul tema della povertà. Come Food Force, che affronta il problema della fame nel mondo o 3D World Farmer che si occupa del dramma dei contadini delle nazioni povere costretti a destreggiarsi fra carestie, guerre, malattie e lo sciacallaggio di chi acquisti i loro prodotti a prezzi irrisori. Di solito però questi software riguardano problematiche e situazioni tipiche del cosiddetto Terzo Mondo; Spent è forse il primo a trattare il tema della miseria in un contesto tradizionalmente ricco come quello occidentale. Anche questo è un segno dei tempi?