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di Federico Guerrini


Sono solo un paio di settimane che è stato lanciato il nuovo social network di Google, Google Plus ma, se il buongiorno si vede dal mattino, la Grande G questa volta, dopo i fallimenti di altri tentativi simili come Buzz e Wave, ha buoni motivi per stare allegra.

Non solo il suo pulsante “+1” (che serve per segnalare il proprio apprezzamento di un dato contenuto e condividere tale giudizio con gli “amici”) è già più diffuso dell’analogo tasto di Twitter, ma parecchie celebrità stanno aprendo i loro profili sulla nuova piattaforma. Fra questi anche personaggi in grado di attirare migliaia di fan come Ashton Kutcher (conosciuto soprattutto come “il marito di Demi Moore” e che su Twitter ha più di sette milioni di follower) o il politico Newt Gringrich, che aspira a diventare il candidato alla presidenza degli Stati Uniti per i Repubblicani.

Cinema e politica, dunque, ma non solo. Anche Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e quindi primo grande rivale di Google, è presente su G+. Come se non bastasse, con oltre 134.000 fan è al momento il personaggio più popolare del network, pur non avendo ancora scritto in bacheca alcunché.

Ma – c’è sempre un ma – il successo di G Plus sta mettendo anche in evidenza alcuni difetti del sito: per esempio, l’assenza di un sistema per verificare l’autenticità dei profili dei Vip. Se per certificare l’identità del fondatore di Facebook è bastato che il celebre blogger Robert Scoble gli inviasse un Sms chiedendo conferma, non sempre è altrettanto facile capire se si è di fronte a un impostore o meno. Di Lady Gaga su Google Plus ce ne sono già otto, tutte abbastanza improbabili.

Stesso discorso per Justin Timberlake, Angelina Jolie, Britney Spears o Sarah Palin.
L’attrice Alyssa Milano, un volto noto anche in Italia per aver interpretato la maghetta Phoebe nel serial “Streghe”, ha escogitato un espediente per aggirare il problema, twittando dal suo account di microblogging il link al suo vero profilo su G+.

L’assenza di un sistema di verifica degli account può comunque essere considerato un peccato di gioventù, che non inficia l’appeal della nuova rete sociale. la stessa Twitter ha inaugurato i suoi “verified accounts” soltanto parecchi anni dopo l’apertura ufficiale del network, a seguito di numerosi abusi da parte di persone che si spacciavano per delle ignare star.

Dal 2010, un bollino blu,  riservato a grandi marchi e celebrità, certifica la veridicità di un profilo; ciò non ha impedito però a qualche burlone di impossessarsi di identità altrui, con effetti talvolta esilaranti o devastanti sul piano dell’immagine di una società.

Come accadde all’epoca della perdita di petrolio nel Golfo del Messico, quando qualcuno mise in piedi un finto account  di pubbliche relazioni dell’azienda, mettendo alla berlina comportamenti, omissioni e scarsa trasparenza dell’azienda. Il profilo, BP Global Pr, è tutt’ora attivo, e dispensa le sue pillole satiriche a quasi 170.000 follower.