di Raffaele Mastrolonardo

Uno cresce l'altro si restringe. Uno si allunga l'altro si rimpicciolisce. Uno si allarga l'altro si accorcia. Pil e pene, pene e Pil, ovvero destini incrociati, anzi opposti, di due delle più importanti misure del mondo, capaci di esaltare o deprimere ogni giorno milioni di uomini (e donne). A dirlo tra il serio (molto) e il faceto (un pizzico) è un articolo accademico di sedici pagine ricco di tabelle, grafici ed equazioni che mette in correlazione l'indicatore principe della crescita economica e quello della virilità maschile. Miliardi di dollari contro pochi centimetri. E la scoperta – deprimente o esaltante ancora non è chiaro - è che perché i primi aumentino, e dunque si diventi tutti un po' più ricchi, bisogna che i secondi calino, e dunque che gli esponenti del sesso maschile mettano da parte un po' di orgoglio.

Intitolato “Male Organ and Economic Growth: Does Size Matter?” e condotto da Tatu Westling dell'Università di Helsinki, lo studio ha esaminato la crescita economica di 76 nazioni tra il 1960 e il 1985 individuando quella che definisce “una relazione inversa” tra performance del prodotto interno lordo e lunghezza virile (qui il grafico “riletto” dall'Huffington Post). Dai calcoli di Westling - che ha impiegato per questa analisi il modello di Solow – risulta che il massimo di salute economica di un Paese si ottiene infatti in presenza di una misura media del pene eretto dei suoi abitanti di 13,5 centimetri e che ogni successivo centimetro contribuisce a una riduzione del prodotto interno lordo valutabile tra il 5 e il 7 %. Insomma ricchi e ben dotati è un'accoppiata difficile da realizzare, visto che quando il membro eccede la lunghezza di 16 centimetri si assiste ad un vero e proprio “collasso” del Pil, un risultato che lo stesso ricercatore definisce “sorprendente”. Ma c'è di più, righello e calcolatrice alla mano, la dimensione dell'organo riproduttivo “può spiegare da sola più del 15 % delle variazioni dei Pil nazionali”.

Certo, si è affrettato a precisare l'autore, quello che il suo articolo prova, come dicono gli statistici, è solo una correlazione tra i due dati e non un rapporto di causa ed effetto. Epperò, come afferma qualcuno, la correlazione è pur sempre un indizio e in questo caso si tratta, di un legame “robusto” che merita, afferma lo studioso finlandese, ulteriori approfondimenti.

Per ora, dunque, non si intravedono applicazioni dirette per le politiche economiche. L'unico modo per incidere sulla lunghezza media del pene di un Paese - afferma la ricerca - è infatti l'immigrazione e una selezione alla dogana su questa base potrebbe suonare un po' discriminatoria. Anche se, a pensarci bene, astuti policy makers nostrani potrebbero sempre dare un'occhiata alla mappa delle dimensioni dimensioni virili nel mondo e decidere che c'è un disperato bisogno di ingegneri indiani e cinesi: se i dati sono corretti (e qualche dubbio è lecito nutrirlo), otterremmo cervelli di prima qualità e organi maschili dalle dimensioni non eccelse. Se poi si scoprisse che a incidere sulla crescita economica sono più le teste degli asiatici che i loro peni, in fondo, poco male: il risultato è quello che conta.

In alternativa, si può sempre ribaltare l'approccio, agire sull'altro corno della questione e sposare la teoria della decrescita: il prodotto interno lordo calerebbe, qualcos'altro dovrebbe crescere.