Omofobia a bordo
I Foo Fighters contro l'omofobia

di Eleonora Brianzoli

Si gioca sull’intolleranza lo scontro tra Google e Apple. A pochi giorni di distanza, i due giganti del web 2.0 hanno messo in commercio due applicazioni destinate ai rispettivi smartphone che hanno risvegliato l’indignazione dei francesi.

La prima è stata Apple: fino a qualche giorno fa chiunque avesse un iPhone poteva scaricare l’applicazione Juif ou pas juif?, ovvero: “Ebreo o no?”. Bastavano 79 centesimi di euro per scaricare l’app, basata su un archivio di 3500 nomi di personaggi famosi di origine o religione ebraica. Il programmatore che l’ha sviluppata, Johann Levy, ha assicurato che la sua intenzione  era stimolare un sentimento di fierezza del popolo ebraico. Se qualche ebreo si fosse sentito umiliato dalle sue origini, insomma, avrebbe potuto risollevarsi nello scoprire che anche personalità dello spettacolo o uomini d’affari di successo erano ebrei. L’applicazione ha immediatamente scatenato le critiche delle associazioni ebraiche d’Oltralpe, e la Apple l’ha ritirata dal mercato francese.

Non si sa ancora, invece, quale sarà il destino dell’applicazione di Google per Android che promette ai genitori apprensivi di scoprire se il proprio figlio sia o meno omosessuale con 20 semplici domande. Più che di semplici domande, si tratta di veri e propri cliché, denunciano le associazioni per i diritti degli omosessuali: “A vostro figlio piace vestirsi bene?”; “Ha una migliore amica?”; “Legge i giornali sportivi?”; “Ama i musical?”. Il verdetto non lascia spazio ai dubbi: “Non fatevi problemi, vostro figlio non è gay” – oppure – “Inutile chiudere gli occhi. Vostro figlio è gay. Accettatelo, sapendo che non è una sua scelta”.

Scontate le polemiche. Christine Le Doaré, del centro LGTB (lesbiche, gay, bisessuali e trans), " È stupido e scandaloso . è molto triste che dei genitori preferiscano scaricare quell’applicazione piuttosto che parlare con i propri figli” denuncia. Bartholomé Girard, di SOS Omofobia, rincara la dose: “È allucinante vedere ancora nel 2011 una tale serie di cliché, come se esistesse un modo di essere gay”.